Dopo essersi fatto tanto desiderare, Diego contribuisce al nostro sito con un saggio in cui si analizza con gusto marcatamente “classico” questa “Corazzata Potemkin” degli anni ‘80 quale è la “Medea” di Lars Von Trier: il nostro ex-brillante compagno di studi compone una interessante lettura da spiaggia, che farebbe impallidire anche il loquace Diderot…
Giulio Braini da Leontini
La Medea di Euripide è senz’altro uno dei capolavori del teatro greco, uno dei drammi più impressionanti e forti, veramente tragici; la sua fortuna è immensa, paragonabile solo a quelle dell’Edipo Re di Sofocle, dell’Orestea di Eschilo, dell’Ippolito di Euripide. Medea è una grande eroina, forte e autonoma, veramente tetragona, alla stregua di Clitemnestra, di Elettra, di Ecuba, di Fedra, solo per citare alcuni nomi. E poi, l’incredibile bravura di Euripide, che riesce a creare una madre che ama i propri figli pur uccidendoli, con lo stupefacente esito di trascinare gli spettatori in un rapporto di sumpaqeia nei confronti di Medea, di comprensione se non di piena condivisione, comunque di ostilità nei confronti di Giasone. Medea è esule, straniera o meglio barbara, amante appassionata e fedele ma tradita e abbandonata; e poi è maga, con alle spalle orrendi delitti commessi per amore di Giasone… Proprio per queste molteplici sfaccettature, che si addicono ad ogni grande personaggio, i prosecutori hanno seguito strade e raggiunto esiti diversissimi, enfatizzando ora questo ora l’altro aspetto. Sono nate Medee demoniache, Medee “romantiche”, Medee “agenti patogeni”, perfino Medee innocenti, che non uccidono i figli o che sono comunque legittimate, assolte; sono state date letture antropologiche e politiche, e la fortuna si è perfino spostata dal teatro al cinema, al romanzo, alla musica e alle varie arti. Non è naturalmente mio intento quello di analizzare le riscritture di Medea, che si fregiano di grandi nomi come Seneca, Corneille, Grillparzer, Alvaro, Pasolini, Christa Wolf; Intendo invece occuparmi di una recente tappa del Fortleben, significativa e curiosamente ignorata: la Medea di Lars Von Trier, girata dal regista danese nel suo Paese natale nel 1988. E’ un piccolo capolavoro, fondamentalmente per questo motivo: come sostiene Margherita Rubino, forse più di ogni altro Von Trier ha saputo rendere lo spirito di Medea, la sua condizione di amante ferita, per il letto e per la decisione dell’esilio, e al contempo di barbara, e al contempo di straniera “ e grave ospite addetta” (G. Leopardi, Poesie, Ultimo canto di Saffo, v.24), e al contempo di donna risoluta per cui l’orgoglio e la doxa occupano un ruolo fondamentale nell’esistenza, tanto da divenire causa dell’azione. In nessun’altra riscrittura tutto questo convive così bene. Lars Von Trier segue, nella prima parte del lungometraggio, un copione mai girato del suo maestro spirituale, Carl Theodor Dreyer, che intendeva ricalcare Euripide ambientando la Medea in Grecia e inserendo il coro. La Medea di Von Trier, dunque, è anche un omaggio al grande scenografo danese. Da segnalare che il film nasce destinato alla televisione, non al cinema, e che le riprese sono state effettuate prima su video, poi trasposte su pellicola e poi ancora su video. Il risultato è quella qualità visiva sempre leggermente annebbiata che colpisce fin dall’inizio. I primi fotogrammi coincidono con l’enunciazione dell’immagine propria di Medea: cosa, già di per sé, significativa. Medea è distesa sulla sabbia (Terra), l’abito è nero e lungo (lutto?), il viso pallido, la posizione cadaverica. All’improvviso, un vortice della mdp su Medea: proletticamente, ella sarà il centro dell’azione. Ma Medea è anche lambita dal mare (Acqua). Pare sì morta, ma le dita afferrano con energia e rabbia la sabbia: la forza della vita dunque, che sta nelle mani (cfr., ma anteticamente, la scena della preparazione dei veleni). Quindi, la mdp inquadra il mare aperto; poi di nuovo Medea, che come rinvigorita, si leva (e l’acqua del mare assolve funzione “battesimale”); infine nuovamente il mare, su cui è comparsa una nave: quella di Egeo. In Euripide, Egeo riveste un’importanza fondamentale per l’elaborazione del piano di Medea: é lui a confermare ed enfatizzare la centralità dei figli nella vita di un uomo (nucleo su cui Von Trier focalizza soprattutto nell’incontro con Creonte e poi attraverso il personaggio di Giasone) ; è lui a fornire a Medea la via di fuga o, meglio, la certezza del futuro. Lars Von Trier ben comprende la centralità del personaggio e lo fa apparire ben tre volte (vs. Euripide): all’inizio, in mezzo, alla fine. Conclusa la scena “marittima”, è la Terra ad essere protagonista. I personaggi “terrigni” sono Giasone, Creonte e, sostanzialmente, anche Glauce. La scena si svolge a palazzo. Ma saloni e fasti non hanno posto nella Corinto di Lars Von Trier. La reggia è in pietra, buia, tetra. Si direbbe di trovarsi nei sotterranei, nelle fondamenta (con anche dell’acqua, che pare costituire un acceso al mare): una sorta di cantiere. Qua è Giasone, qua giunge Creonte con i suoi dignitari. Il re con una bella orazione designa il suo successore; Giasone accetta e dimostra la sua bravura oratoria (cfr. Euripide, vv. 522 sgg.): le parole sono lente e sorvegliate, lo Stato è una nave (cfr. Alceo ecc.), il potere dev’essere di pochi, né di uno né di molti. L’atmosfera, tuttavia, resta opprimente, dominata da intrigo e ragion di stato. Glauce, quindi: la dolce, secondo l’etimologia. Glauce appare spesso completamente nuda; altre volte, ha una sottile veste bianca: ciò suggerisce purezza. Bellissima l’immagine della fanciulla, nuda, seduta sulla dura pietra della sua piccola stanza, presso una finestra che sa di feritoia e da cui entra la luce: Glauce guarda e desidera la luce, si direbbe che insegue un sogno. E quel sogno è Giasone, la vita futura… Ma poco dopo, Glauce è portata nei sotterranei del palazzo, in un ambiente che stride col gioioso e tradizionale imeneo. Glauce siede accanto a Giasone, in processione, ma non c’è amore nei suoi occhi: solo un dito di caligine, quando Giasone la tocca sporcandole il viso. Il personaggio Glauce si inquadra compiutamente solo poche inquadrature dopo, durante la prima notte di nozze. Traghettati oltre uno stretto braccio di mare, in un ennesimo viaggio rituale ma comunque all’insegna della mancata comunicazione, i due sposi si trovano in una tenda. Il bouleuma di Creonte era stato chiaro: consumare subito il matrimonio. La fanciulla, invece, caparbiamente rifiuta, destinata a restare un’ombra per Giasone nella carne (eloquenti le bellissime scene della tenda). Compare per la prima volta il vento (Aria), che poi sarà protagonista nel finale e non solo: vento di tempesta e sconvolgimento, mai di autentica passione. Invero, Glauce è gelosa di Medea (seppure senza temerla, come lei stessa dice; vs Creonte a questo proposito) e desidera da Giasone un possesso che non sia solo fisico (“Avevi molte parole per gli altri, nessuna per me”). Il sogno della giovane è avere Giasone tutto per sé, come sposo e come re, e l’amore è rifiutato, in ogni sua forma, fino alla cacciata della barbara; fino ad allora, l’eroe argonauta sarà per lei un estraneo, la luce della finestra resterà prigioniera della pietra. Ben si vede qua come Von Trier non riprenda in tutto Euripide, ma ne colga perfettamente lo spirito: nel tragediografo greco, Glauce non riesce a trattenere la passione per Giasone, ma è parimenti disgustata (musacqeisa) dal pensiero di Medea (vv. 1146-1149). Il regista danese è anche abilissimo a legare cinematograficamente le figure di Glauce e Medea, secondo il seguente schema (che presento ora per maggior chiarezza, anche se era un poco antecedente): scena di nozze – casa di Medea – dissolvenza incrociata – scena di nozze – casa di Medea.
Quindi si ritorna su Medea, che in un monologo riprende alla lettera e nella sostanza il primo monologo dell’eroina in Euripide (vv. 214-266), che, dopo la fondamentale legge dell’eunh, si chiude col desiderio di vendetta da parte di Medea e la promessa del silenzio da parte della donna-coro (legge del sigh, Euripide, Medea, v. 66 nella sua prima enucleazione). La vendetta ha inizio colla scena del dialogo Medea-Creonte. Ma occorre precisare che, come in Euripide, anche in Von Trier non si tratta di un piano deciso fin da subito, ma si assiste ad una progressiva concretizzazione che trova la consacrazione solo dopo il secondo incontro con Egeo. Il paesaggio dell’incontro è un tipico acquitrino nordico (peraltro le riprese sono state effettuate in Danimarca, patria del regista), denso di nebbia impenetrabile. Creonte entra ed esce da re, esteriormente; invero, egli si rivela del tutto inferiore a Medea, incapace persino di sfruttare al meglio la sua potestas. Creonte si smarrisce nella nebbia, cade in acqua (che il regista fa apparire, con ripresa dall’alto, quasi come una pozzanghera!), è in trappola di Medea, voce fuori campo che dice: “Mi temi?”. La donna, peraltro, sta raccogliendo qualcosa… Che cosa? Delle bacche nere, certo… E non è vietato ritenere che sia tutta finzione, come se Medea volesse mostrare al re di essere una povera donna, o di non dar peso alla cosa. Ma c’è un’interpretazione a mio avviso migliore e senz’altro suggestiva, avvalorata dal principio dell’economia letteraria (e filmica): Medea, parlando con Creonte, sta raccogliendo le bacche con cui preparerà la pozione che avvelenerà mortalmente Glauce e lo stesso re. Il che sarebbe un tocco geniale del regista, atto a mostrare l’incredibile controllo di Medea sulla realtà. E, dopo, un eloquente primo piano sulle mani ora datrici di morte, nell’atto di pestare i veleni (le bacche? Comunque qualcosa di molto simile…). Davvero, in Von Trier come in Pasolini, a parlare sono le immagini. Ciò è confermato da importanti sequenze immediatamente successive: innanzitutto, il primo incontro Giasone-Medea, in cui l’eroe dovrebbe esprimere alla moglie la volontà di Glauce (cosa che non avviene, in quanto sottintesa per Medea). La scena si svolge all’aperto, nel cortile della magione della donna; ma subito i due si appressano ad un telaio (simbolo, peraltro, del buon mos della domma greca, cfr. Euripide, Baccanti) e l’inquadratura si stringe a tal punto che, se non vi fossero i fotogrammi precedenti, si direbbe senz’altro che la scena si ambienta in uno spazio chiuso, in una buia e opprimente casa magari. Il telaio è simbolo di incomunicabilità: i due sposi sono separati dai fili, si vedono a stento, e quando Giasone tira a sé Medea lei urta una barriera interna al telaio e si ferisce una mano. Collocare una tale barriera in uno spazio aperto e ridente enfatizza enormemente il nucleo già euripideo dell’incomunicabilità. Dopo la fitta nebbia e il telaio, il fiume, scenario del secondo incontro Egeo-Medea, in cui il re garantisce alla straniera l’ospitalità incondizionata ad Atene. I due sono sulle sponde opposte e non si raggiungono mai; tuttavia, in questo caso, l’incomunicabilità è solo apparente: il fiume, infatti, è in periodo di magra (vedi il tronco arenato sul fondo ma al contempo ben sporgente dall’acqua) e può essere facilmente guadato. Anzi, un servo di Egeo attraversa davvero il fiume, nei due sensi, e l’azione del guadare diventa, da potenza, atto. Di fatto, il servo rappresenta la linea che congiunge il presente di Medea (la terra corinzia) al suo futuro (Egeo): il fiume non è vera barriera, ma piuttosto medium che consente il compiersi certo e sicuro dei propositi di vendetta di Medea: d’ora innanzi, il film narrerà l’attuarsi del progetto, l’energheia. Da notare, infine, la presenza dell’acqua legata a Egeo e Medea, per cui il fiume non è che un piccolo mare. Ma su questo aspetto si ritornerà. A suggello della scena, Medea si erge, statuaria, e sopra di lei, contro il cielo, si stagliano fosche nubi: un triste destino incombe; il piano, deciso nella mente di Medea, inizia a dipanarsi. Tuttavia, proprio poco prima qualcosa di naturalissimo eppure significativo era accaduto; e in un buon film, mai nessun particolare è per caso… Il figlio piccolo cade, si sbuccia un ginocchio, Medea lo accudisce e lo bacia da madre amorevole. Il messaggio, limpidamente euripideo, è che Medea uccide i figli, ma al contempo li ama; le due dimensioni non sono separabili (nell’incontro con Creonte, Medea aveva detto al re: “non c’è dolore più grande dell’amore”; al figlio grande che chiede “Cosa dovrai appendere al ramo?”, la madre risponderà “Qualcosa che amo”). L’infanticidio è dunque parte della vendetta, un male necessario, che non implica però la mancata sofferenza materna. Medea, con gusto favolistico tipicamente nordico, pone quindi il veleno sui puntali della corona: ancora una volta l’inquadratura stretta evidenzia come la vendetta passi anche per le mani, vero punto di forza della donna insieme all’intelletto (cfr. l’iniziale stretta della sabbia; cfr. la preparazione del farmakon). La dinamica mani-intelletto riflette anche quella qumos-bouleuma, così importante in Euripide. Von Trier abbandona ora il copione di Dreyer per proseguire autonomamente. In molte riscritture novecentesche (Pasolini, Christa Wolf, ecc.) Medea e Giasone fanno l’amore per l’ultima volta; così forse in Von Trier, ma con elementi di problematicità. In Pasolini, vi sono chiari elementi che alludono all’atto sessuale (letto, nudità seppur visualizzata in modo parziale, gesti passionali): l’atto sessuale non è ripreso, ma è indubbio il suo verificarsi. In Von Trier, tutto appare molto più freddo e surreale. I due sono distesi sulla sabbia, ma gli abbracci sono insolitamente rigidi; Medea indossa una lunga veste nera, che non viene mai sciolta (e così pure il copricapo, che Medea si toglie solo, significativamente, quando sta per salpare con Egeo a vendetta compiuta); manca ogni accenno alla nudità, o alla passione. Insomma, a differenza che in Pasolini, in Von Trier non si può affermare con certezza che i due abbiano fatto l’amore. Ma il punto non è tanto questo: sesso o no, qualcosa di simile all’amore, non foss’altro per le effusioni, è stato consumato. Il nucleo, ancora una volta, sta nell’incomunicabilità, a cui si aggiunge la finzione (si ricordi che ormai il piano è iniziato, Medea finge. Cfr il secondo incontro fra Giasone e Medea in Euripide; e questo è il secondo incontro fra i due in Lars…). Le vesti, che non mettono a contatto i corpi, riproducono il distacco comunicativo, come pure il violento schiaffo dato a Medea da Giasone, fine della parentesi “amorosa”. Ancora, genialmente il regista inquadra la spiaggia, le onde e le persone aggiungendo alla pellicola filtri colorati, per cui l’immagine appare, a tratti e in modo uniforme, di colori brillanti (blu, verde), innaturali innanzitutto per questa uniformità di campo: ennesimo elemento atto a sottolineare la finzione di Medea e della scena tutta. Da cornice all’episodio, il fortissimo ed incessante vento. E’ poi nella stessa circostanza che Medea porge a Giasone il dono per Glauce: la sua corona nuziale (avvelenata, come sa lo spettatore, che si trova così ad essere onnisciente proprio come il pubblico che assisteva alle rappresentazioni tragiche greche). Giunto a palazzo, Giasone con i due figli si appresta ad offrire la corona alla novella sposa; tuttavia, un puntale ferisce un cavallo. Anche in Lars Von Trier, dunque, come in Pasolini (anguria tagliata, coltello prima netto poi insanguinato), si adotta il linguaggio cinematografico figurale: con scene disposte a climax crescente, il cavallo prima scalpita nella stalla, poi imbizzarrisce, si libera, corre verso il mare sulla distesa sabbiosa, infine arranca, si piega, muore con la bava alla bocca, segno visibile della morte per avvelenamento. Qua, per spostamento, sta la morte di Glauce. Di lei, si presenta solo la scena in cui la giovane indossa la corona, si ammira, si pettina… e si punge! Brevemente visualizzata è invece la sofferenza di Creonte: Medea passa per i sotterranei del buio palazzo trainando una sorta di carro; a fianco a lei il re, solo e col viso sconvolto, si dimena ad un passo dalla morte. Occorre sottolineare come queste scene (specie quelle del cavallo) non siano presentate di fila, ma intervallate da altre non meno significative, a evidenziare come tutti gli eventi accadano pressoché contemporaneamente; allo stesso tempo, la segmentazione dell’azione dà più rilievo ad ogni frammento della medesima. Fra le scene intermedie alla parabola del cavallo (sovente su Glauce) spiccano per importanza e suggestione le due su Medea: nella prima, la donna cammina sulla spiaggia, simile a landa desolata: un forte vento anima una nebbia bassissima ai piedi di Medea, che sa di fumo; nella seconda, subito seguente, Medea è davanti al focolare e pare emergere dalle fiamme (ai conoscitori di Dante, la mente vola a Farinata…) fino ad esserne oscurata: omaggio di Lars alle tante figurazioni di Medea demoniaca (da Seneca a Corneille fino ai primi dell’Ottocento), segna la prima comparsa dell’elemento Fuoco. Da evidenziare, infine, come nelle ultime scene sia del cavallo che di Glauce compaiono i corvi, animali rapaci immagine di morte. Intanto, Giasone continua ad essere vigliacco. Mentre si celebrano i funerali di Glauce (pira ardente, dunque Fuoco), egli si nasconde in sorte di buche, comunque nella terra, e non sa come muoversi. Anticipo qua che l’argonauta sarà vile anche nel finale, quando prova a suicidarsi ma getta presto la spada lontano da sé. Se dunque la notte dell’anti-eroe Giasone è marcata dalla fuga, quella di Medea contempla il duro e faticoso avvicinarsi alla prova suprema, l’assassinio dei figli, marcato visivamente dal cammino che la donna compie dalla città alla campagna, sempre trainando quella sorta di carro di cui sopra su cui sono adagiati i figli dormienti. Medea giunge così ai piedi di una collina, che viene poi visualizzata in tutto il suo “dorato” splendore al sole del mattino. Occorre a tal punto una riflessione sul paesaggio. Esso segue fondamentalmente il progetto di Medea: all’inizio, quando la vendetta è ancora solo un proposito e manca la certezza del futuro, esso è fosco e quasi invisibile (i colori plumbei d’apertura, la nebbia dell’incontro con Creonte); quindi si fa sempre più chiaro e luminoso (secondo incontro Egeo-Medea), fino al trionfo dell’illuminazione diffusa nel finale. In particolare, questa collina (una sorta di Gòlgota dell’innocenza), ricoperta da bionde spighe come di grano, risplende a tal punto da emanare una luce accecante, quasi innaturale. E questo sia prima sia, soprattutto, dopo l’assassinio. Sulla cima di una tale collina al vertice del suo splendore e della sua maturazione sta un albero, con due grandi rami, prominenti in opposte direzioni. L’albero è però completamente secco e privo di foglie, non v’è linfa in esso. A fronte di una simile natura estiva, l’albero è chiaramente simbolo di morte. Proletticamente, esso era già stato inquadrato almeno una volta: dopo l’agonia di Creonte, con suggestiva dissolvenza incrociata notturna. Rispetto ad Euripide e ad altre riscritture, Von Trier inserisce un significativo elemento, certo foriero di pathos: dei due bambini, il più grande non solo comprende con molto anticipo ciò che deve accadere, ma addirittura lo condivide e aiuta la madre ad impiccare il primo figlio. E’ una novità essenziale: se Giasone si configura come anti-eroe, la tragedia di Medea trova nel figlio maggiore una sorta di eroe martiriologico, che comprende la situazione, condivide il sistema di valori materno e lo testimonia (martus = testimone) attraverso il proprio sacrificio ( “martirio” secondo l’accezione cristiana). L’impiccagione stessa è innovazione del regista danese: secondo il copione euripideo-tradizionale, Medea uccide i figli in casa pugnalandoli. Ma una tale morte è in primo luogo più scenografica, poi funzionale al ruolo assunto dal figlio grande. E’ in lui, meglio che in ogni altro personaggio, che convivono innocenza e omicidio. Quanto al figlio minore, egli rappresenta la purezza violata e il naturale terrore di fronte alla morte, improvvisa e decretata da mano materna: ciò che in genere, da Euripide a Pasolini, è rappresentato indifferentemente da entrambi i bambini. La patetica scena si conclude con il figlio maggiore che si mette il cappio al collo e chiede a Medea di aiutarlo a morire, mentre tutti e due tirano con forza verso il basso; Medea, ormai sola, piange. Dopo un lasso di tempo imprecisato, ma non molto lungo, arriva Giasone a cavallo, seguito da due cani. Le inquadrature dall’alto sono funzionali a mostrare la rapidissima corsa di Giasone nella speranza di salvare i figli, oltreché, come si è detto, a far crescere la tensione e ad impressionare con l’ameno e lucentissimo paesaggio. Da precisare che, dall’impiccagione alla chiusa del film e per tutto il delirio di Giasone, soffia sempre un forte e incessante vento. Ai piedi della collina, un’inquadratura oggettiva dall’alto scende sempre più, giunge all’altezza di Giasone e quindi restringe sul volto di Giasone, fino a precedere la sua soggettiva: il grande albero, i due figli appesi, impiccati. Dopo il mesto avvicinamento ai cadaveri, slegati e compianti, inizia l’erranza dell’uomo, uno dei momenti più suggestivi dell’intera pellicola. Alle scene su Giasone si intervallano, in quanto contemporanee, quelle su Medea, che si trova ormai sulla nave di Egeo in attesa dell’alta marea. Due viaggi, dunque, ma del tutto diversi: quello di Medea è lineare e progressivo (Colchide – Corinto – Atene), quello di Giasone è circolare e inconcludente (cfr., peraltro, Apollonio Rodio: l’episodio narrato è differente, ma medesima la caratterizzazione dei personaggi). Giasone corre, corre, corre velocissimo sul suo cavallo, cercando uno sfogo al dolore. Passa per la campagna e per il bosco; quindi, egli ritrova ben presto il “Golgota”. Egli, insomma, ha girato più e più volte intorno alla stessa collina! I cani capiscono e, stanchi, cessano la corsa e si fermano ad osservare il padrone. Poco dopo, anche il cavallo fa lo stesso e Giasone smonta. Gli spazi e le inquadrature (perpendicolari al prato!) si fanno vieppiù ristretti, fino a perdere ogni orientamento. Cammina, gattona, crolla e striscia sul prato mosso da un vento costantemente incessante; i ciuffi d’erba, piegati e ondulati, ricordano le onde del mare. Intanto arriva l’alta marea, la stessa che ad inizio film aveva ridato energia a Medea, e la donna si toglie il copricapo nero, spandendo al vento una chioma lunga e castana: per la prima volta, Medea è femminile. Giasone, nella sua disperazione, si ritrova nella stessa posizione dell’ex sposa ad inizio film, relitto su quell’erba incolore più che verde, che sa di alga, di mare… La dissolvenza incrociata fa passare una nave su quelle “onde”, una nave che se ne va veloce, quella di Medea. Il titolo, figurato nella M che riproduce l’albero con i due corpi appesi, suggella il tutto (vedi il titolo di questo commento). Si è più volte accennato agli elementi primigeni, chiamati arcai dai filosofi pre-socratici. Può essere una suggestione, ma è comunque possibile inquadrarli secondo significazioni logiche. Essi sono, nell’ordine di comparsa: Acqua, Terra, Aria, Fuoco. L’Acqua è cambiamento, pianificato e atteso (cfr. le scene Egeo-Medea), ma bisogna saperci stare (cfr. Creonte nella palude). La Terra è fissità, una distesa vuota e inconcludente, e chi sta nella terra (Creonte e Glauce nel palazzo, Giasone nei nascondigli e nel suo errare) è destinato alla rovina. L’Aria è condizione assoluta, sine qua non, che riguarda tutti (anche se in modi differenti) e pervade il film: col suo impeto, rappresenta la violenza dell’imminente, l’assenza di stabilità / certezze, il soffio (yuch) della disperazione. Il Fuoco, infernale, figura il ferale qumos di Medea ed è simbolo di lutto nei funerali di Glauce.
Come si è detto, la Medea di Lars Von Trier è un film che è stato poco commentato in Italia e curiosamente ignorato, senz’altro sconosciuto al grande pubblico; esso, invece, rappresenta una lettura innovativa del testo euripideo, ma al contempo fedele nello, e come tale meriterebbe un’attenzione maggiore di quella sinora ricevuta. Motivo per cui esorto a vedere la pellicola e a proseguire nel lavoro di commento, alla ricerca di nuovi e originali spunti.
Diego Chiesi