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Dopo essersi fatto tanto desiderare, Diego contribuisce al nostro sito con un saggio in cui si analizza con gusto marcatamente “classico” questa “Corazzata Potemkin” degli anni ‘80 quale è la “Medea” di Lars Von Trier: il nostro ex-brillante compagno di studi compone una interessante lettura da spiaggia, che farebbe impallidire anche il loquace Diderot…

Giulio Braini da Leontini

La Medea di Euripide è senz’altro uno dei capolavori del teatro greco, uno dei drammi più impressionanti e forti, veramente tragici; la sua fortuna è immensa, paragonabile solo a quelle dell’Edipo Re di Sofocle, dell’Orestea di Eschilo, dell’Ippolito di Euripide. Medea è una grande eroina, forte e autonoma, veramente tetragona, alla stregua di Clitemnestra, di Elettra, di Ecuba, di Fedra, solo per citare alcuni nomi. E poi, l’incredibile bravura di Euripide, che riesce a creare una madre che ama i propri figli pur uccidendoli, con lo stupefacente esito di trascinare gli spettatori in un rapporto di sumpaqeia nei confronti di Medea, di comprensione se non di piena condivisione, comunque di ostilità nei confronti di Giasone. Medea è esule, straniera o meglio barbara, amante appassionata e fedele ma tradita e abbandonata; e poi è maga, con alle spalle orrendi delitti commessi per amore di Giasone… Proprio per queste molteplici sfaccettature, che si addicono ad ogni grande personaggio, i prosecutori hanno seguito strade e raggiunto esiti diversissimi, enfatizzando ora questo ora l’altro aspetto. Sono nate Medee demoniache, Medee “romantiche”, Medee “agenti patogeni”, perfino Medee innocenti, che non uccidono i figli o che sono comunque legittimate, assolte; sono state date letture antropologiche e politiche, e la fortuna si è perfino spostata dal teatro al cinema, al romanzo, alla musica e alle varie arti. Non è naturalmente mio intento quello di analizzare le riscritture di Medea, che si fregiano di grandi nomi come Seneca, Corneille, Grillparzer, Alvaro, Pasolini, Christa Wolf; Intendo invece occuparmi di una recente tappa del Fortleben, significativa e curiosamente ignorata: la Medea di Lars Von Trier, girata dal regista danese nel suo Paese natale nel 1988. E’ un piccolo capolavoro, fondamentalmente per questo motivo: come sostiene Margherita Rubino, forse più di ogni altro Von Trier ha saputo rendere lo spirito di Medea, la sua condizione di amante ferita, per il letto e per la decisione dell’esilio, e al contempo di barbara, e al contempo di straniera “ e grave ospite addetta” (G. Leopardi, PoesieUltimo canto di Saffo, v.24), e al contempo di donna risoluta per cui l’orgoglio e la doxa occupano un ruolo fondamentale nell’esistenza, tanto da divenire causa dell’azione. In nessun’altra riscrittura tutto questo convive così bene. Lars Von Trier segue, nella prima parte del lungometraggio, un copione mai girato del suo maestro spirituale, Carl Theodor Dreyer, che intendeva ricalcare Euripide ambientando la Medea in Grecia e inserendo il coro. La Medea di Von Trier, dunque, è anche un omaggio al grande scenografo danese. Da segnalare che il film nasce destinato alla televisione, non al cinema, e che le riprese sono state effettuate prima su video, poi trasposte su pellicola e poi ancora su video. Il risultato è quella qualità visiva sempre leggermente annebbiata che colpisce fin dall’inizio. I primi fotogrammi coincidono con l’enunciazione dell’immagine propria di Medea: cosa, già di per sé, significativa. Medea è distesa sulla sabbia (Terra), l’abito è nero e lungo (lutto?), il viso pallido, la posizione cadaverica. All’improvviso, un vortice della mdp su Medea: proletticamente, ella sarà il centro dell’azione. Ma Medea è anche lambita dal mare (Acqua). Pare sì morta, ma le dita afferrano con energia e rabbia la sabbia: la forza della vita dunque, che sta nelle mani (cfr., ma anteticamente, la scena della preparazione dei veleni). Quindi, la mdp inquadra il mare aperto; poi di nuovo Medea, che come rinvigorita, si leva (e l’acqua del mare assolve funzione “battesimale”); infine nuovamente il mare, su cui è comparsa una nave: quella di Egeo. In Euripide, Egeo riveste un’importanza fondamentale per l’elaborazione del piano di Medea: é lui a confermare ed enfatizzare la centralità dei figli nella vita di un uomo (nucleo su cui Von Trier focalizza soprattutto nell’incontro con Creonte e poi attraverso il personaggio di Giasone) ; è lui a fornire a Medea la via di fuga o, meglio, la certezza del futuro. Lars Von Trier ben comprende la centralità del personaggio e lo fa apparire ben tre volte (vs. Euripide): all’inizio, in mezzo, alla fine. Conclusa la scena “marittima”, è la Terra ad essere protagonista. I personaggi “terrigni” sono Giasone, Creonte e, sostanzialmente, anche Glauce.  La scena si svolge a palazzo. Ma saloni e fasti non hanno posto nella Corinto di Lars Von Trier. La reggia è in pietra, buia, tetra. Si direbbe di trovarsi nei sotterranei, nelle fondamenta (con anche dell’acqua, che pare costituire un acceso al mare): una sorta di cantiere. Qua è Giasone, qua giunge Creonte con i suoi dignitari. Il re con una bella orazione designa il suo successore; Giasone accetta e dimostra la sua bravura oratoria (cfr. Euripide, vv. 522 sgg.): le parole sono lente e sorvegliate, lo Stato è una nave (cfr. Alceo ecc.), il potere dev’essere di pochi, né di uno né di molti. L’atmosfera, tuttavia, resta opprimente, dominata da intrigo e ragion di stato. Glauce, quindi: la dolce, secondo l’etimologia. Glauce appare spesso completamente nuda; altre volte, ha una sottile veste bianca: ciò suggerisce purezza. Bellissima l’immagine della fanciulla, nuda, seduta sulla dura pietra della sua piccola stanza, presso una finestra che sa di feritoia e da cui entra la luce: Glauce guarda e desidera la luce, si direbbe che insegue un sogno. E quel sogno è Giasone, la vita futura… Ma poco dopo, Glauce è portata nei sotterranei del palazzo, in un ambiente che stride col gioioso e tradizionale imeneo. Glauce siede accanto a Giasone, in processione, ma non c’è amore nei suoi occhi: solo un dito di caligine, quando Giasone la tocca sporcandole il viso. Il personaggio Glauce si inquadra compiutamente solo poche inquadrature dopo, durante la prima notte di nozze. Traghettati oltre uno stretto braccio di mare, in un ennesimo viaggio rituale ma comunque all’insegna della mancata comunicazione, i due sposi si trovano in una tenda. Il bouleuma di Creonte era stato chiaro: consumare subito il matrimonio. La fanciulla, invece, caparbiamente rifiuta, destinata a restare un’ombra per Giasone nella carne (eloquenti le bellissime scene della tenda). Compare per la prima volta il vento (Aria), che poi sarà protagonista nel finale e non solo: vento di tempesta e sconvolgimento, mai di autentica passione. Invero, Glauce è gelosa di Medea (seppure senza temerla, come lei stessa dice; vs Creonte a questo proposito) e desidera da Giasone un possesso che non sia solo fisico (“Avevi molte parole per gli altri, nessuna per me”). Il sogno della giovane è avere Giasone tutto per sé, come sposo e come re, e l’amore è rifiutato, in ogni sua forma, fino alla cacciata della barbara; fino ad allora, l’eroe argonauta sarà per lei un estraneo, la luce della finestra resterà prigioniera della pietra. Ben si vede qua come Von Trier non riprenda in tutto Euripide, ma ne colga perfettamente lo spirito: nel tragediografo greco, Glauce non riesce a trattenere la passione per Giasone, ma è parimenti disgustata (musacqeisa) dal pensiero di Medea (vv. 1146-1149). Il regista danese è anche abilissimo a legare cinematograficamente le figure di Glauce e Medea, secondo il seguente schema (che presento ora per maggior chiarezza, anche se era un poco antecedente): scena di nozze – casa di Medea – dissolvenza incrociata – scena di nozze – casa di Medea.

Quindi si ritorna su Medea, che in un monologo riprende alla lettera e nella sostanza il primo monologo dell’eroina in Euripide (vv. 214-266), che, dopo la fondamentale legge dell’eunh, si chiude col desiderio di vendetta da parte di Medea e la promessa del silenzio da parte della donna-coro (legge del sigh, Euripide, Medea, v. 66 nella sua prima enucleazione). La vendetta ha inizio colla scena del dialogo Medea-Creonte. Ma occorre precisare che, come in Euripide, anche in Von Trier non si tratta di un piano deciso fin da subito, ma si assiste ad una progressiva concretizzazione che trova la consacrazione solo dopo il secondo incontro con Egeo. Il paesaggio dell’incontro è un tipico acquitrino nordico (peraltro le riprese sono state effettuate in Danimarca, patria del regista), denso di nebbia impenetrabile. Creonte entra ed esce da re, esteriormente; invero, egli si rivela del tutto inferiore a Medea, incapace persino di sfruttare al meglio la sua potestas. Creonte si smarrisce nella nebbia, cade in acqua (che il regista fa apparire, con ripresa dall’alto, quasi come una pozzanghera!), è in trappola di Medea, voce fuori campo che dice: “Mi temi?”. La donna, peraltro, sta raccogliendo qualcosa… Che cosa? Delle bacche nere, certo… E non è vietato ritenere che sia tutta finzione, come se Medea volesse mostrare al re di essere una povera donna, o di non dar peso alla cosa. Ma c’è un’interpretazione a mio avviso migliore e senz’altro suggestiva, avvalorata dal principio dell’economia letteraria (e filmica): Medea, parlando con Creonte, sta raccogliendo  le bacche con cui preparerà la pozione che avvelenerà mortalmente Glauce e lo stesso re. Il che sarebbe un tocco geniale del regista, atto a mostrare l’incredibile controllo di Medea sulla realtà. E, dopo, un eloquente primo piano sulle mani ora datrici di morte, nell’atto di pestare i veleni (le bacche? Comunque qualcosa di molto simile…). Davvero, in Von Trier come in Pasolini, a parlare sono le immagini. Ciò è confermato da importanti sequenze immediatamente successive: innanzitutto, il primo incontro Giasone-Medea, in cui l’eroe dovrebbe esprimere alla moglie la volontà di Glauce (cosa che non avviene, in quanto sottintesa per Medea). La scena si svolge all’aperto, nel cortile della magione della donna; ma subito i due si appressano ad un telaio (simbolo, peraltro, del buon mos della domma greca, cfr. Euripide, Baccanti) e l’inquadratura si stringe a tal punto che, se non vi fossero i fotogrammi precedenti, si direbbe senz’altro che la scena si ambienta in uno spazio chiuso, in una buia e opprimente casa magari. Il telaio è simbolo di incomunicabilità: i due sposi sono separati dai fili, si vedono a stento, e quando Giasone tira a sé Medea lei urta una barriera interna al telaio e si ferisce una mano. Collocare una tale barriera in uno spazio aperto e ridente enfatizza enormemente il nucleo già euripideo dell’incomunicabilità. Dopo la fitta nebbia e il telaio, il fiume, scenario del secondo incontro Egeo-Medea, in cui il re garantisce alla straniera l’ospitalità incondizionata ad Atene. I due sono sulle sponde opposte e non si raggiungono mai; tuttavia, in questo caso, l’incomunicabilità è solo apparente: il fiume, infatti, è in periodo di magra (vedi il tronco arenato sul fondo ma al contempo ben sporgente dall’acqua) e può essere facilmente guadato. Anzi, un servo di Egeo attraversa davvero il fiume, nei due sensi, e l’azione del guadare diventa, da potenza, atto. Di fatto, il servo rappresenta la linea che congiunge il presente di Medea (la terra corinzia) al suo futuro (Egeo): il fiume non è vera barriera, ma piuttosto medium che consente il compiersi certo e sicuro dei propositi di vendetta di Medea: d’ora innanzi, il film narrerà l’attuarsi del progetto, l’energheia. Da notare, infine, la presenza dell’acqua legata a Egeo e Medea, per cui il fiume non è che un piccolo mare. Ma su questo aspetto si ritornerà. A suggello della scena, Medea si erge, statuaria, e sopra di lei, contro il cielo, si stagliano fosche nubi: un triste destino incombe; il piano, deciso nella mente di Medea, inizia a dipanarsi. Tuttavia, proprio poco prima qualcosa di naturalissimo eppure significativo era accaduto; e in un buon film, mai nessun particolare è per caso… Il figlio piccolo cade, si sbuccia un ginocchio, Medea lo accudisce e lo bacia da madre amorevole. Il messaggio, limpidamente euripideo, è che Medea uccide i figli, ma al contempo li ama; le due dimensioni non sono separabili (nell’incontro con Creonte, Medea aveva detto al re: “non c’è dolore più grande dell’amore”; al figlio grande che chiede “Cosa dovrai appendere al ramo?”, la madre risponderà “Qualcosa che amo”). L’infanticidio è dunque parte della vendetta, un male necessario, che non implica però la mancata sofferenza materna. Medea, con gusto favolistico tipicamente nordico, pone quindi il veleno sui puntali della corona: ancora una volta l’inquadratura stretta evidenzia come la vendetta passi anche per le mani, vero punto di forza della donna insieme all’intelletto (cfr. l’iniziale stretta della sabbia; cfr. la preparazione del farmakon). La dinamica mani-intelletto riflette anche quella qumos-bouleuma, così importante in Euripide. Von Trier abbandona ora il copione di Dreyer per proseguire autonomamente. In molte riscritture novecentesche (Pasolini, Christa Wolf, ecc.) Medea e Giasone fanno l’amore per l’ultima volta; così forse in Von Trier, ma con elementi di problematicità. In Pasolini, vi sono chiari elementi che alludono all’atto sessuale (letto, nudità seppur visualizzata in modo parziale, gesti passionali): l’atto sessuale non è ripreso, ma è indubbio il suo verificarsi. In Von Trier, tutto appare molto più freddo e surreale. I due sono distesi sulla sabbia, ma gli abbracci sono insolitamente rigidi; Medea indossa una lunga veste nera, che non viene mai sciolta (e così pure il copricapo, che Medea si toglie solo, significativamente, quando sta per salpare con Egeo a vendetta compiuta); manca ogni accenno alla nudità, o alla passione. Insomma, a differenza che in Pasolini, in Von Trier non si può affermare con certezza che i due abbiano fatto l’amore. Ma il punto non è tanto questo: sesso o no, qualcosa di simile all’amore, non foss’altro per le effusioni, è stato consumato. Il nucleo, ancora una volta, sta nell’incomunicabilità, a cui si aggiunge la finzione (si ricordi che ormai il piano è iniziato, Medea finge. Cfr il secondo incontro fra Giasone e Medea in Euripide; e questo è il secondo incontro fra i due in Lars…). Le vesti, che non mettono a contatto i corpi, riproducono il distacco comunicativo, come pure il violento schiaffo dato a Medea da Giasone, fine della parentesi “amorosa”. Ancora, genialmente il regista inquadra la spiaggia, le onde e le persone aggiungendo alla pellicola filtri colorati, per cui l’immagine appare, a tratti e in modo uniforme, di colori brillanti (blu, verde), innaturali innanzitutto per questa uniformità di campo: ennesimo elemento atto a sottolineare la finzione di Medea e della scena tutta. Da cornice all’episodio, il fortissimo ed incessante vento. E’ poi nella stessa circostanza che Medea porge a Giasone il dono per Glauce: la sua corona nuziale (avvelenata, come sa lo spettatore, che si trova così ad essere onnisciente proprio come il pubblico che assisteva alle rappresentazioni tragiche greche). Giunto a palazzo, Giasone con i due figli si appresta ad offrire la corona alla novella sposa; tuttavia, un puntale ferisce un cavallo. Anche in Lars Von Trier, dunque, come in Pasolini (anguria tagliata, coltello prima netto poi insanguinato), si adotta il linguaggio cinematografico figurale: con scene disposte a climax crescente, il cavallo prima scalpita nella stalla, poi imbizzarrisce, si libera, corre verso il mare sulla distesa sabbiosa, infine arranca, si piega, muore con la bava alla bocca, segno visibile della morte per avvelenamento. Qua, per spostamento, sta la morte di Glauce. Di lei, si presenta solo la scena in cui la giovane indossa la corona, si ammira, si pettina… e si punge! Brevemente visualizzata è invece la sofferenza di Creonte: Medea passa per i sotterranei del buio palazzo trainando una sorta di carro; a fianco a lei il re, solo e col viso sconvolto, si dimena ad un passo dalla morte. Occorre sottolineare come queste scene (specie quelle del cavallo) non siano presentate di fila, ma intervallate da altre non meno significative, a evidenziare come tutti gli eventi accadano pressoché contemporaneamente; allo stesso tempo, la segmentazione dell’azione dà più rilievo ad ogni frammento della medesima. Fra le scene intermedie alla parabola del cavallo (sovente su Glauce) spiccano per importanza e suggestione le due su Medea: nella prima, la donna cammina sulla spiaggia, simile a landa desolata: un forte vento anima una nebbia bassissima ai piedi di Medea, che sa di fumo; nella seconda, subito seguente, Medea è davanti al focolare e pare emergere dalle fiamme (ai conoscitori di Dante, la mente vola a Farinata…) fino ad esserne oscurata: omaggio di Lars alle tante figurazioni di Medea demoniaca (da Seneca a Corneille fino ai primi dell’Ottocento), segna la prima comparsa dell’elemento Fuoco. Da evidenziare, infine, come nelle ultime scene sia del cavallo che di Glauce compaiono i corvi, animali rapaci immagine di morte. Intanto, Giasone continua ad essere vigliacco. Mentre si celebrano i funerali di Glauce (pira ardente, dunque Fuoco), egli si nasconde in sorte di buche, comunque nella terra, e non sa come muoversi. Anticipo qua che l’argonauta sarà vile anche nel finale, quando prova a suicidarsi ma getta presto la spada lontano da sé. Se dunque la notte dell’anti-eroe Giasone è marcata dalla fuga, quella di Medea contempla il duro e faticoso avvicinarsi alla prova suprema, l’assassinio dei figli, marcato visivamente dal cammino che la donna compie dalla città alla campagna, sempre trainando quella sorta di carro di cui sopra su cui sono adagiati i figli dormienti. Medea giunge così ai piedi di una collina, che viene poi visualizzata in tutto il suo “dorato” splendore al sole del mattino. Occorre a tal punto una riflessione sul paesaggio. Esso segue fondamentalmente il progetto di Medea: all’inizio, quando la vendetta è ancora solo un proposito e manca la certezza del futuro, esso è fosco e quasi invisibile (i colori plumbei d’apertura, la nebbia dell’incontro con Creonte); quindi si fa sempre più chiaro e luminoso (secondo incontro Egeo-Medea), fino al trionfo dell’illuminazione diffusa nel finale. In particolare, questa collina (una sorta di Gòlgota dell’innocenza), ricoperta da bionde spighe come di grano, risplende a tal punto da emanare una luce accecante, quasi innaturale. E questo sia prima sia, soprattutto, dopo l’assassinio. Sulla cima di una tale collina al vertice del suo splendore e della sua maturazione sta un albero, con due grandi rami, prominenti in opposte direzioni. L’albero è però completamente secco e privo di foglie, non v’è linfa in esso. A fronte di una simile natura estiva, l’albero è chiaramente simbolo di morte. Proletticamente, esso era già stato inquadrato almeno una volta: dopo l’agonia di Creonte, con suggestiva dissolvenza incrociata notturna. Rispetto ad Euripide e ad altre riscritture, Von Trier inserisce un significativo elemento, certo foriero di pathos: dei due bambini, il più grande non solo comprende con molto anticipo ciò che deve accadere, ma addirittura lo condivide e aiuta la madre ad impiccare il primo figlio. E’ una novità essenziale: se Giasone si configura come anti-eroe, la tragedia di Medea trova nel figlio maggiore una sorta di eroe martiriologico, che comprende la situazione, condivide il sistema di valori materno e lo testimonia (martus = testimone) attraverso il proprio sacrificio ( “martirio” secondo l’accezione cristiana). L’impiccagione stessa è innovazione del regista danese: secondo il copione euripideo-tradizionale, Medea uccide i figli in casa pugnalandoli. Ma una tale morte è in primo luogo più scenografica, poi funzionale al ruolo assunto dal figlio grande. E’ in lui, meglio che in ogni altro personaggio, che convivono innocenza e omicidio. Quanto al figlio minore, egli rappresenta la purezza violata e il naturale terrore di fronte alla morte, improvvisa e decretata da mano materna: ciò che in genere, da Euripide a Pasolini, è rappresentato indifferentemente da entrambi i bambini. La patetica scena si conclude con il figlio maggiore che si mette il cappio al collo e chiede a Medea di aiutarlo a morire, mentre tutti e due tirano con forza verso il basso; Medea, ormai sola, piange. Dopo un lasso di tempo imprecisato, ma non molto lungo, arriva Giasone a cavallo, seguito da due cani. Le inquadrature dall’alto sono funzionali a mostrare la rapidissima corsa di Giasone nella speranza di salvare i figli, oltreché, come si è detto, a far crescere la tensione e ad impressionare con l’ameno e lucentissimo paesaggio. Da precisare che, dall’impiccagione alla chiusa del film e per tutto il delirio di Giasone, soffia sempre un forte e incessante vento. Ai piedi della collina, un’inquadratura oggettiva dall’alto scende sempre più, giunge all’altezza di Giasone e quindi restringe sul volto di Giasone, fino a precedere la sua soggettiva: il grande albero, i due figli appesi, impiccati. Dopo il mesto avvicinamento ai cadaveri, slegati e compianti, inizia l’erranza dell’uomo, uno dei momenti più suggestivi dell’intera pellicola. Alle scene su Giasone si intervallano, in quanto contemporanee, quelle su Medea, che si trova ormai sulla nave di Egeo in attesa dell’alta marea. Due viaggi, dunque, ma del tutto diversi: quello di Medea è lineare e progressivo (Colchide – Corinto – Atene), quello di Giasone è circolare e inconcludente (cfr., peraltro, Apollonio Rodio: l’episodio narrato è differente, ma medesima la caratterizzazione dei personaggi). Giasone corre, corre, corre velocissimo sul suo cavallo, cercando uno sfogo al dolore. Passa per la campagna e per il bosco; quindi, egli ritrova ben presto il “Golgota”. Egli, insomma, ha girato più e più volte intorno alla stessa collina! I cani capiscono e, stanchi, cessano la corsa e si fermano ad osservare il padrone. Poco dopo, anche il cavallo fa lo stesso e Giasone smonta. Gli spazi e le inquadrature (perpendicolari al prato!) si fanno vieppiù ristretti, fino a perdere ogni orientamento. Cammina, gattona, crolla e striscia sul prato mosso da un vento costantemente incessante; i ciuffi d’erba, piegati e ondulati, ricordano le onde del mare. Intanto arriva l’alta marea, la stessa che ad inizio film aveva ridato energia a Medea, e la donna si toglie il copricapo nero, spandendo al vento una chioma lunga e castana: per la prima volta, Medea è femminile. Giasone, nella sua disperazione, si ritrova nella stessa posizione dell’ex sposa ad inizio film, relitto su quell’erba incolore più che verde, che sa di alga, di mare… La dissolvenza incrociata fa passare una nave su quelle “onde”, una nave che se ne va veloce, quella di Medea. Il titolo, figurato nella M che riproduce l’albero con i due corpi appesi, suggella il tutto (vedi il titolo di questo commento). Si è più volte accennato agli elementi primigeni, chiamati arcai dai filosofi pre-socratici. Può essere una suggestione, ma è comunque possibile inquadrarli secondo significazioni logiche. Essi sono, nell’ordine di comparsa: Acqua, Terra, Aria, Fuoco. L’Acqua è cambiamento, pianificato e atteso (cfr. le scene Egeo-Medea), ma bisogna saperci stare (cfr. Creonte nella palude). La Terra è fissità, una distesa vuota e inconcludente, e chi sta nella terra (Creonte e Glauce nel palazzo, Giasone nei nascondigli e nel suo errare) è destinato alla rovina. L’Aria è condizione assoluta, sine qua non, che riguarda tutti (anche se in modi differenti) e pervade il film: col suo impeto, rappresenta la violenza dell’imminente, l’assenza di stabilità / certezze, il soffio (yuch) della disperazione. Il Fuoco, infernale, figura il ferale qumos di Medea ed è simbolo di lutto nei funerali di Glauce.

Come si è detto, la Medea di Lars Von Trier è un film che è stato poco commentato in Italia e curiosamente ignorato, senz’altro sconosciuto al grande pubblico; esso, invece, rappresenta una lettura innovativa del testo euripideo, ma al contempo fedele nello, e come tale meriterebbe un’attenzione maggiore di quella sinora ricevuta. Motivo per cui esorto a vedere la pellicola e a proseguire nel lavoro di commento, alla ricerca di nuovi e originali spunti.

Diego Chiesi

Amore è un’onirica costante

in cui Donna è nessun’altra che Lei,

è un tango fra anime incalzante

l’annichilente menzogna dei desii bei.

Vaporosa, l’amorosa sensazione,

strazia e brucia e seppur non sembra

la sua fiamma fa la peggior ustione

e scioglie di dentro viscere e membra.

Rode di gelosia lo sguardo,

molti dolcissima, soave t’amarono.

M’attanaglia la tua pelle di Luna,

per le tue mani brucio e ardo.

Dove forse altri occhi di fretta passarono,

più sostavano i miei, d’Amor digiuna.

di Francesco Bonicelli

Incontro

Sfiorai le tue mani

sotto il cielo freddo di Joyce

una notte eterna nel tempo

fugace in realtà,

una notte piovosa

in cui ti tenevo l’ombrello

e intorno a te

come stupido pavone senza coda volteggiavo.

Privo d’ogni sospetto,

il mio cuore, dolce inferno

di tormenti e sospiri,

prese tuttavia a lacrimare

come davanti a mirabile visione.

Qualcosa nel tuo sguardo di castagno,

nei capelli scuri e nel sorriso,

nel tuo quieto respiro quando dormivi,

nel tuo incedere e parlare,

quella sera ai piedi di Oscar Wilde,

qualcosa, non saprei ben ridir cosa,

mi fece sapere che t’amavo.

Un fiore sussurrò al tuo orecchio

lettere di fuoco di lingua spezzata

che soccombe ad Amore e soffia

incredula la frase: “Ti amo”,

trita e ritrita, smorzate parole

che si addicono a povera anima

ammutolita: la mia.

di Francesco Bonicelli

Andavo una sera vagando senza meta nella nebbia urbana di smog e umidità. Come mia abitudine stilavo mentalmente il bilancio della mia giornata e ne traevo conclusioni e riflessioni che in poco differivano da quelle del giorno prima. Borges aveva scritto: “credo che le mie giornate e le mie notti eguaglino in povertà e ricchezza quelle di Dio e quelle di tutti gli uomini”, e io avevo fatto mia questa sua frase che mi dava una qual certa serenità e vivendo nascosto cercavo dopo svariati prematuri fallimenti di tenermi lontano dalla folla, dai luoghi pubblici, affranto nella mia solitudine, assuefatto dalla solitudine, ogni appuntamento con gli umani era per me diventato una crocifissione. Velocizzai il passo verso casa, ero già in ritardo per cena, mi ero trattenuto troppo a lungo con i miei pensieri. Udii nel silenzio dei passi dietro di me, tirai dritto e feci finta di niente, è abbastanza comune, quando si è da soli a passeggiare verso sera, essere vittime delle proprie paranoie. Un uomo vestito in maniera quanto meno bizzarra mi passò davanti e mi si parò innanzi, a pochi passi. Mi bloccai lì per lì e lo fissai, poi non mi sembrò altri che un matto e decisi di svoltare nell’altra strada e proseguire per la mia via modificando l’usuale percorso.

“Alto là! Quo vadis homine?”

“Che discorsi, sto andando per la mia strada, potrà forse impedirmelo un vecchio con la toga? Vada a coprirsi, al meteo hanno detto che le temperature si abbasseranno, non sente? Fa già freddino”

“Oh scellerato! Io vesto la sacra toga dei miei padri, la toga è l’abito per il vero uomo, testimonia l’entrata nella societas

“Ah, la società, è da un po’ che non so cosa voglia dire questo vuoto vocabolo”

“Sei stato tu Uomo vile a svuotarlo”

“Vile un corno! Adesso me ne vado vecchio matto!”

“Ma quale vecchio matto?! Sono qui per riportarti al senno, sai perlomeno chi sono io tu che scappi?”

Mi fermai e mi voltai verso quello. “No che non lo so, e non m’importa”

“Come può un Uomo vivere senza sapere chi sono io? Diamine figlio mio, sono il Latino, mi dicono morto e certi addirittura mi ignorano o abusano di me”

In quel momento, anche se un po’ stranito, mi accorsi che quell’uomo era veramente avvilito e provava un commovente trasporto per quello che andava dicendo. Decisi che valeva la pena tornare sui miei passi e sentire cos’avesse da dirmi.

“Beh, caro signore, mi permetta intanto di offrirle un caffé, e poi magari un whisky, così potremo parlare al caldo da qualche parte, e non sia così affranto, avanti si tiri su! Cos’è che la affligge?”

“I giovani sbuffano studiandomi, sono il loro incubo, il loro tedio nelle belle giornate, in compenso loro manco si accorgono di me quando scivolo sulle loro lingue con parole mie rimaste d’uso quotidiano che spesso e volentieri la gente storpia.

“Mi bone deus! Se solo si provassero a leggere un Orazio, a sfogliare Giovenale, Petronio o, perché no?, il poco che resta del giovane poeta Persio, certo non mi troverebbero così noioso e pedante, imparerebbero a insultare con arte, ad avere il coraggio di essere antipatici talvolta e le più alte cime più percuotere, come disse qualcuno che, certo, di Latino se ne intendeva”

“Capisco il suo sconforto, ma tutto scorre, disse qualcuno, anche le lingue cambiano, gli uomini cambiano, mutano i confini e molte altre cose, come fa lei a pretendere alla sua veneranda età di essere ancora in auge?”

“Già, tutto cambia”, rispose con una vena di malinconica auto-ironia, “questo mondo forse non fa veramente più per me, pochi utopisti possono ancora credere in me, rifugiarsi nei tempi che furono, come ammetteva di fare Tito Livio. Ma forse tu, Uomo, vivi meglio senza di me, senza le mie regole, senza la mia virile potenza e ammaliante dolcezza? Voi parlate nuove lingue, probabilmente, per certi versi, altrettanto belle, e siete liberi di farlo, quello che chiedo è che mi si riconosca la paternità, chiedo solo che qualcuno di tanto in tanto provi a fare come quel tale esiliato a San Casciano, che la sera, prima di andare a dormire, estraniatosi dai tumulti quotidiani, si dilettava a viaggiare con la mente nelle antiche corti dei classici e ad essi poneva innumerevoli domande e questi gli rispondevano puntualmente ed esaurientemente, come nessun’altro sapeva fare”

Una ragazza, poco lontana da noi, piangeva curva su se stessa, appoggiata ad una fredda panchina, disperata. Me la indicò.

“Costei non trova conforto, forse non ha mai letto le “Heroides” di Ovidio per rendersi conto di quante prima di lei hanno sofferto le sue stesse pene, addirittura ninfe e dee, loro potrebbero confortarla con la comune sorte di donne follemente illuse. Certo non avendo mai letto l’”Ars Amatoria” ora per negligenza dovrà saltarla e passare subito ai “Remedii Amoris” se da questa situazione vuole trarsi in salvo prima che il cappio sia troppo stretto. Probabilmente chi l’ha lasciata non sa cosa toccò a quel vanitoso di Narciso dopo aver rifiutato tanto meritevole fanciulla. Di sicuro senza Tibullo e Properzio non ha validi consigli sul come trattar le donne quello; Cynthia prima fuit, cynthia finis erit! Chi mai avrà il coraggio di ripetere tali versi all’amata? “Da mi basia mille, deinde centum, dein mille altera, dein secunda centum, deinde usque altera mille, deinde centum”, diceva Catullo alla sua Lesbia”

“In effetti…quale donna resisterebbe?”

“Lide non fu altrettanto cara al poeta di Claros, Bittide non fu altrettanto amata dal suo poeta di Cos, quanto tu, mia cara moglie, sei dentro al mio cuore, scrisse in un’epistola dei Tristia Ovidio, dal lontano Ponto, alla moglie, e prosegue: sei tu che hai sorretto la mia vita al momento del crollo, come una trave di sostegno, se io ancora in qualche modo esisto, è opera tua…quale che sia il valore del mio elogio, vivrai in eterno nelle mie poesie. Miglia e miglia lo dividevano forzosamente dalla moglie! Certo non si può dire che Augusto avesse dimostrato in quel frangente un gran senso dell’umorismo”

“Beh, questo non è cambiato, il senso dell’umorismo scarseggia ancora oggi in politica, credo che tutti dovrebbero farsi una risata di tanto in tanto!”

“Già, ma il ridere non fa per l’uomo politico, piuttosto la serietà, la fides, e io parlo di serietà autentica non fandonie! “Avrei molti motivi, Quiriti, per non occuparmi di voi, ma l’amore per il bene pubblico è superiore a tutto” disse il tribuno Memmio in una sua celebre orazione riportata da Sallustio nel “Bellum Iugurthinum”. Un maggiore rispetto delle Leggi dello Stato e di chi le rappresenta, da parte di questi, in primis, e, in generale, da parte della classe dirigente, affinché possano essere esempio di rettitudine per le classi “subalterne”, dovrebbe essere inculcato a tutti per creare armonia fra i vari componenti della società. “Dici potest, magistratum esse legem loquentem, et legem esse magistratum mutum” diceva il saggio Cicerone”

“Ma chi può ancora essere in grado di inculcare questi sani principi all’Uomo?”

“Gli insegnanti, ovviamente, qualora la scuola sia per docenti e allievi come una grande famiglia fondata sulla reciproca stima e rispetto, come voleva insegnare Quintiliano. Egli prosegue dicendo che gli studenti sono come piantine che vanno accuratamente annaffiate dal buon insegnante!

“Tutti dovrebbero imparare da Cornelia, che altri tesori non ha se non i suoi figli, o da Lucrezia, immolatasi per la sua integrità morale. Non disdegnare le origini, e coltivare il proprio orto. “Pati fortia romanus est” rispose Muzio Scevola. Imparare dal buon Seneca a resistere alle avversità ed a espandere il più possibile il tempo che è a nostra disposizione in questa vita, dal buon Orazio ad essere artefici del nostro destino sapendo cogliere l’attimo e da Virgilio a non disdegnare la sana, serena e appartata vita bucolica degli antichi, parcamente rinunciando a tutti i nostri sprechi di soldi, tempo, energia.

“Questa è l’unica salvezza dell’Uomo: ricordarsi delle proprie origini, radicarsi saldamente in un glorioso passato! Io sono la via per poter ascoltare con vere orecchie e capire il dolore del Mondo, l’unico a cui potrai fare domande e sempre ottenere sagge risposte, come un fedele compagno di viaggio, se afferrerai la mia mano e non mi lascerai risucchiare dal terribile vortice dell’oblio, ti seguirò per tutta la vita, non ti abbandonerò mai e ci sarò sempre quando avvilito e solo ti perderai fra mille interrogativi esistenziali sull’orlo del baratro, l’orlo che si affaccia sulla fine dell’Uomo”

L’Uomo afferrò il braccio del vecchio, con tutte le sue forze riuscì a sottrarlo alla micidiale potenza dell’oblio che tutto cancella sotto la coltre della dimenticanza e tutto corrompe con la Morte. Così l’Uomo accolse il Vecchio nella sua casa, gli diede da mangiare e insieme dopo cena disquisirono di svariate altre cose per prepararsi ad un buon sonno. Il Vecchio non l’avrebbe mai più abbandonato e così neanche l’Uomo. Il Latino è dentro di voi, basta ascoltarlo!

di Francesco Bonicelli

Filottete

Mi mandarono via

non sopportando più i miei lamenti,

ma sordi ai loro

saranno un giorno gli dei.

Mentre loro han fatto la Storia,

io, solo su Lemno arrancando zoppo

il piede tumefatto, senza conforto di occhi amici,

né di mani di compagna,

nascosto in un antro buio,

io, figlio diseredato del Mondo,

io, che anzi fui pronto ad accorrere per gli amici,

me ne sto ora qui a marcire,

mentre l’eterno scorrere del tempo

scivola addosso su me inerme,

scivola come viscida lumaca, tortura insopportabile

dover condividere ancora il vivere

con i peggiori, già gli amici più sinceri e gli eroi

prematuramente solcarono l’Acheronte.

Non per me intonano canti gli uccelli dell’aria,

né si avvicinano le altre bestie,

e le belve fuggono impaurite me, figlio reietto del Mondo,

vomitato dal fato crudele su questa spiaggia ingrata

dove verbo non rende anima viva.

Fortuna, non ricordo più il suo volto,

troppo brutto, io ormai, e incarognito

perché le mie dita avvizzite possano ancora, come giovane ape,

posarsi sul fiore giocondo di quella splendente fanciulla,

libera e leggiadra, cieca e ingenua.

Per suo volere un giorno, tanto tempo fa,

quando militavo al fianco del compagno Eracle,

ricevetti in sorte l’arco migliore dell’Ellade

e irresistibili frecce avvelenate nel sangue d’Idra;

senza di esse nessun esercito potrà vincer Troia.

Non lo sanno,

ma un giorno, quando imploranti spargendo molte false lacrime,

in ginocchio recando scuse e doni verranno,

cadranno le mie frecce amare sui furbetti,

i politici rampanti, i carrieristi, gli egoisti,

i sobillatori incancreniti, i reucci e le cicale di corte,

cadranno e pietà non avrà il mio arco

tesa la corda e scoccata la freccia.

Potrò allora morir contento,

morirò della mia piaga, morirò annegato nell’acredine,

soffocato dalla irrefrenabile sete di vendetta,

solo e abbandonato, ma morirò contento, avendo curato

la piaga più fetida e ripugnante che affligge il Mondo.

di Francesco Bonicelli

Il grido di Gea

Fui svegliato di soprassalto nel cuore della notte da un grido inquietante, un grido di donna, che mi raggelò il sangue nelle vene. Dopo aver spalancato gli occhi ed essermi domandato se mi trovassi in un sogno o fossi semplicemente tornato bruscamente alla realtà, mi guardai intorno e mi accorsi di essere immerso nel buio. Mi frugai nella tasca della vestaglia e trovai una scatola di fiammiferi, ne accesi uno. Non ero nella mia camera, né a casa mia. Il fiammifero si spense, ne accesi un altro e osservando cosa avevo intorno mi accorsi di essere sul fondo asciutto di un profondissimo pozzo, come ci fossi finito non potevo saperlo. Mi prese l’angoscia. Accesi il terzo fiammifero e mi guardai alle spalle, mi alzai in piedi. Di fronte a me rannicchiata c’era ora una bellissima donna deturpata da graffi e ferite, le sue vesti stracciate, il viso pallido, il labbro spaccato. Teneva il volto basso e non riuscivo a vederle gli occhi, ma la sentivo singhiozzare. Pensai fosse stato suo l’urlo straziante udito poco prima nel sonno.

“Chi sei tu? Cosa ti è successo?” le domandai timoroso avvicinandomi un pochino e porgendole con delicatezza un fazzoletto bianco.

“Sono Gea, tua madre, e tu sta lontano da me figlio rinnegato, stupratore, assassino!”

Mi ritrassi rapidamente, quella scoppiò in un altro grido raggelante.

“Tu mi hai stuprato, tu hai tentato di uccidermi, hai abbandonato tua madre, l’hai deturpata e ora sta morendo”

Ero incredulo alle mie orecchie, prima di tutto quella non era mia madre e poi io stavo semplicemente dormendo tranquillo nel mio lettuccio; che cosa potevo mai aver fatto di male? Mi ero ritrovato per caso, e non sapevo manco come e perché, in fondo a quel diavolo di pozzo.

Ero sul punto di scoppiare in lacrime anch’io, i nervi mi stavano abbandonando, non riuscivo a trovare una spiegazione a tutto ciò.

“Senti, spiegati meglio, io non ho mai commesso quello di cui mi accusi”

Ella si alzò, ritrovando un briciolo di forze per sorreggersi, in tutta la sua beltà. Alzò il viso e mi guardò dritto in faccia con i suoi occhi lucidi.

“Giusto, tu non hai fatto nulla, non hai proprio fatto un bel niente”

Dunque era questo il punto, non avevo fatto niente. Continuavo a non capire.

Barcollò ma riuscì a mantenersi lo stesso in equilibrio. Prontamente, io, feci per porgerle il braccio ma lei si ritrasse. “Prima ascolta e cerca di capire ciò che ho da dirti Uomo!” disse imperiosa.

“Sai quanti anni ho io?” bisbigliò.

La guardai muto.

“Miliardi” rispose compiaciuta.

Rimasi impietrito.

“Per miliardi d’anni sono rimasta intatta e pura” riprese a singhiozzare lievemente “gioconda e amica d’ogni creatura, soprattutto di te: Uomo, mio figlio prediletto. Ora guarda a cosa sono ridotta” mi puntò il dito contro e io la guardai sbalordito. Mi sentii un mostro, sebbene non mi rendessi ben conto di quale fosse la mia parte nella tragedia di quella povera creatura tanto bella quanto triste e desolata.

“Dunque tuo figlio ti ha tradita? È tuo figlio che ti ha ridotta in questo stato?”

“Certo, il mio figlio prediletto che più ho dotato d’ingegno e buone doti è caduto in fondo a un baratro, senza nemmeno accorgersene. Ha reso l’amore un peccato, ha rinnegato il suo passato di scimmia, ha fatto della religione una squallida merce, guarda con disprezzo la natura e vuole domarla senza conoscerla nemmeno, odia i suoi fratelli mentre  il più potente continua a sfruttare  i più deboli, si è auto-distrutto abbandonandosi con leggerezza agli alambicchi della ragione oppure si dedica a nobili arti senza che il suo occhio mai si soffermi sui paesaggi che lo circondano, pratica la violenza, stupra, uccide, ruba, e soprattutto si è dimenticato di provenire da un ventre e ha ucciso il bambino nel suo petto. Gli altri sono dormienti, chi prova a praticare l’utile o s’illude, o, alla lunga, in un modo o nell’altro, soccombe”

“Allora secondo te è veramente tutto perduto?” ero rimasto distrutto dalla valanga di cose orribili che mi aveva elencato.

“Mai nulla è perduto! Ora ti voglio far vedere qualcosa per dimostrarti la veridicità di quanto ti ho detto”.

Mi porse un mappamondo, io la guardavo affascinato, il mappamondo incominciò a rotare velocissimo, il mio dito si fermò su un piccolo paese dell’estremo oriente: la Cambogia.

Mi trovai proiettato in una immensa coltivazione di riso, dove tanti piccoli bambini sudavano nel lavoro dei campi.

“Quei bambini non rivedranno più i loro genitori, sono stati strappati alla loro infanzia perché gli adulti costano troppo e conviene tenerli disoccupati. Dall’altra parte del globo, in Argentina, alcune agguerrite nonnine stanno ancora cercando i loro nipotini, ormai adulti, tolti da grigi aguzzini di regime alle madri “cadute” nell’oceano. In Congo, schiere di bambini militano fra i guerriglieri, stuprati e costretti a bere il sangue dei loro genitori. In Palestina altri bambini rimangono inceneriti sotto le bombe per pagare le colpe dei fondamentalisti. Non molto lontano da dove ci troviamo ora, in Tailandia, ci sono bambine di otto o nove anni costrette a vendersi come fiordalisi ai turisti di passaggio. Queste cose che ti ho mostrato non sono che un piccolissimo assaggio delle cose brutte che succedono nel mondo mio malgrado. Quasi mi vergogno pensando quale  piccola fetta delle sofferenze di tutti i bambini del mondo ti sto mostrando”.

Ero sconvolto, forse Dio ci aveva sopravvalutati? O forse eravamo solo un piccolo quanto tragico “incidente di percorso”?

Vidi un bambino che tirava su da uno stagno un secchio di acqua putrescente.

“Vedi, nemmeno il venti percento dei cambogiani sparsi per le campagne può concedersi il lusso di avere acqua potabile e si deve accontentare di acqua schifosa e stagnante, a rischio di malattie epidemiche, per permettere agli europei di lasciare il rubinetto aperto mentre si lavano i denti”

La guardai sbigottito.

“Quel bambino non può concedersi il lusso di usare acqua potabile mentre in altre parti del mondo si scialacquano litri d’acqua per futilità. Per non parlare poi dei diserbanti con i quali si inquinano le falde acquifere e si  fanno morire  coloro che lavorano  nelle piantagioni,  i fiumi e i mari .  O ancora potremmo parlare di ettari ed ettari di foreste abbattute ogni anno in America Latina, Asia e Africa per i vostri parquet, per la celluloide da impiegare nella produzione di volantini o depliant pubblicitari che finiscono nella spazzatura. Avete riempito tutto di pattume, cemento, morte e distruzione.

“Sai, in questo paese, sede di un fiorente e virtuoso regno antico, c’è un popolo che deve ancora fare i conti con il suo recente passato, quando fu  governato da un folle estremista chiamato Pol Pot, che dal 1975, quando prese il potere, fino alla sua morte nel 1998, a capo di un manipolo di criminali, che mai nessun tribunale ha giudicato, detti “khmer rossi”, ha ucciso e trucidato milioni di suoi compatrioti, ha addirittura programmato carestie per farli morire. Tutto per la gloriosa e sacra causa del Grande Partito. Intere famiglie deportate nelle zone rurali più recondite del paese a morire di fame e malattie…”

“Ora basta!” scoppiai in un pianto convulso.

“Ma qualcuno, dopo tanto tempo di soprusi, dovrà pure ascoltarmi” urlò.

Non potevo darle torto, la Terra era in fondo stata, suo malgrado, testimone e spettatrice di crudeltà inaudite perpetrate nei secoli dalla insanabile perversione umana! Ahi, quanto male, quanto dolore, quanta desolazione e, tuttavia, quanto bene avrebbe potuto fare l’Uomo Dormiente se solo avesse deciso finalmente di svegliarsi! E quanto bene, nel loro piccolo, contro a tanta bruttura, riuscivano a fare certi sparuti individui spersi per il mondo intero a costruire acquedotti e scuole, case d’accoglienza, a togliere donne e bambini dalle strade, a tentare, rischiando la vita, di far luce su situazioni pericolose, fare giustizia…e tutto questo, tutti questi sforzi, era tutto inutile?

“Non ce la faccio più ad ascoltare tutte queste cose, mi gira la testa, mi fanno male le orecchie”

“Tu hai sentito il grido della Terra”

“Io solo? Perché proprio io? Non me la sento, non posso, non fa per me stare ad ascoltare il dolore del Mondo, ne morirei”

“Non hai merito per esserti svegliato. Il caso ti ha scelto, il grido di dolore di Gea l’avresti potuto sentire tu come chiunque altro, tuttavia tu l’hai sentito;  l’Uomo ha udito il dolore del Mondo e si è svegliato, l’Uomo ora dovrà farsi carico delle sue responsabilità, ancora nulla è perduto!”

L’Uomo curò le ferite di Gea, le riservò particolari attenzioni come quelle che un figlio ormai adulto e responsabile riserva amorevolmente alla propria mamma, poi la prese in spalle e faticosamente prese a risalire il profondo pozzo in cui era scivolato nel sonno,  ponendosi ancora tanti quesiti. Probabilmente al Mondo non è mai esistita un’età dell’oro ove scorressero fiumi di latte e miele; ogni cosa, di questo mondo non è né buona né cattiva e nello stesso tempo è potenzialmente ambedue le cose, quindi  è la summa delle  scelte a determinare il  futuro (come diceva il buon Sartre). E’  giunto quindi il momento delle oculate scelte, quelle che non ammettono ripensamenti e che   conducono  a quel  progressivo bene che ogni Uomo dovrebbe cercare, non per sé, ma per tutti. Ecco la difficoltà del momento critico. Se gli esseri umani non saranno disposti ad abbandonare un poco del proprio sé, allora nulla potrà crescere;  viceversa se  ciascuno nel proprio ambito farà qualcosa, allora i frutti potranno essere colti.

di Francesco Bonicelli

Verona:

“Il popolo spadroneggia sempre. Il ricco può scialarla da ricco e costruirsi i suoi palazzi; il nobile può governare, ma quando ha ben costruito un porticato o un atrio, il popolo se ne serve per le sue occorrenze […] Chi non può tollerare tutto questo è meglio che non si dia l’aria di gran signore, deve cioè comportarsi come se una parte della sua abitazione appartenesse al pubblico; chiuda la sua porta e buonanotte.”

 

Gli edifici del Palladio:

“Con la loro mole e con la loro imponenza essi devono, per dir così, riempire gli occhi, mentre con la bella armonia delle loro dimensioni, non solo nel disegno astratto, ma in tutto l’assieme della prospettiva, sia per quello che sporge, che per quello che rientra, appagano lo spirito.”

 

Il Teatro Olimpico di Vicenza:

“Però in confronto dei nostri mi ha tutta l’aria di un bimbo di nobili natali, ricco, educato con cura, a fianco a un sapiente uomo di mondo, non tanto ricco né tanto educato, sa però meglio quel che può fare con tutti i suoi mezzi.”

 

Invettiva:

“Solo dando da bere ai gonzi e spacciando fandonie, indulgendo giorno per giorno alle loro debolezze e rendendoli peggiori, solo allora si diventa popolari; e per questo, anche i tempi nostri si compiacciono di tante volgarità.”

Prometeo incatenato

“Ad una rupe scita incatenato,

osai pormi contro del mio re ‘l furore

e, pur sapendo, io volli ‘l mio peccato.

Ammonire l’infelice, a chi del dolore

 

or ne è fuori, è facile, mentr’io

mi consumo tra la roccia e ‘l cielo,

e duro calle m’è pagar tal fio,

ma smentir non posso mio zelo.

 

Or vi dirò ch’io da pietà fui mosso

per chi sta sotto ‘l giogo de la morte

e donai loro un fuoco rosso,

giacché null’altro ebbero in sorte.

 

Penoso, dolente e senza gloria

ne rientrai, ma vigoroso nella scorza

mia, pronto a resister la boria

de li nuovi dei che cercan con la forza

 

di reprimere la mortal stirpe: a questi, muti

e indifesi, prima, come infanti,

pensiero e coscienza donai, sicché bruti

non fossero più, né ignoranti.

 

Amore e non biasimo per l’Uomo,

ch’era pria sordo e cieco,

mi dettò di far quel dono,

e pentimento non serbo meco.

 

Del Sole ‘l sorgere e ‘l calare,

gli insegnai, e la calligrafia,

più lo scorrer de le stagioni a contare,

e fu una prerogativa del tutto mia

 

mostrar come con il legno costruir,

lavorar la pietra, e ‘l giogo

porre a cavalli e buoi, nonché ammansir

le belve. Ora un rogo

 

m’arde dentro tutto, il dovermi rassegnar

a farmi divorare il nero fegato

dagli avvoltoi, qui sospeso sul fondo mar,

sperando in nient’altro ch’esser consolato.

 

Invero stupisce, chi l’ode, la mia storia,

Oceano e le Tetidi che compagnia mi fan

ed Io mesta ascolta, e sua memoria

narra a me, che indovino del Futuro son,

 

 

suo e di altri, ma specie come finita

sarà la reggenza di Zeus, cui di scellerate nozze

il frutto costerà l’empia sua vita.”

Ermes viscido e le parole mozze

 

in gola, uscite dal tuo cor, dimenticar

devi Prometeo, e tua giusta bontà.

Contro giustizia soffri, eppur vendicar

tuo destino nessuno osa o ha volontà.

 

Tu in chi lacrimava effondesti speme,

or abbattuto, da mare e vento sconvolti,

per mano divina, che il seme

di virtù umana oppresse, i tuoi occhi, colti

 

da terror, gonfi treman

e le membra e un grido profondo

lanci, cupo bagliore del lampo han.

“Il dolore è per necessità errabondo!”

di Francesco Bonicelli

Aiace

La vergogna ti ha attraversato,

come un brivido, la schiena, ora sono le membra

inermi dopo tante gesta. Ti copre con un velo

la dolce compagna, ma più non potrai ormai avvampare.

 

Ora infatti, grigio e rigido,

prono giaci sull’elsa insanguinata e Tecmessa

si graffia sconvolta la carne piangente, Teucro, fratellastro

carne dello stesso padre e sangue di schiava, ti vuol vendicar.

 

Ma vendicarti non può, orgoglio fu mandante della tua mano suicida.

 

Morti che camminano forse siamo noi tutti,

fantasmi, nel tempo di un breve gemito veniamo, guardiamo,

e poi scivoliamo in massa verso l’ora ignota della morte nostra,

e puntano sempre l’arco, frecce avvelenate, contro i nostri destini mortali.

 

Dei chiodi piantiamo lungo il tragitto, se poi ci pentiamo è ormai tardi e urge morir.

 

Aiace sui nemici non ebbe ragione, folle e accecato,

con furia sgozzò pecore e qualche vitello, tratto in inganno dalla dea guerriera,

per quel che valeva un mucchio di ferraglia, le armi di Achille,

ma egli cenere preferì tornare a vorticare nell’aria.

 

Agamennone vanaglorioso, non può pensare che tu

senza chiedere consiglio ad alcuno, abbia disposto del dono supremo.

Non si commuoveranno i due Atridi sdegnosi, dal loro piedistallo di duci,

dei tuoi camerati solo Ulisse approfittator, tuo nemico giurato, infine pietoso ti farà onore.

 

Troppo grande fu la tua sete di vendetta e giustizia,

ma il mondo è sordo alla tua legge antica, solo Teucro,

ma vendicarti non potrà, orgoglio fu mandante della tua mano suicida.

di Francesco Bonicelli

Marinetti

“Noi vogliamo cantare l’amor del pericolo, l’abitudine all’energia ed alla temerarietà”, così scrive Filippo Tommaso Marinetti (1876-1944) nel primo articolo del suo Manifesto Futurista. Una vita contrassegnata da coraggio, audacia e ribellione, la sua, una vita da “uomo che tiene il volante”, insomma, un uomo consapevole di trovarsi a vivere “sul promontorio estremo dei secoli”, quando, superate le porte dell’Impossibile, e uccisi Tempo e Spazio, l’uomo provò a vivere nell’Assoluto, ma non quell’Assoluto da romanticismo inglese, bensì quella “eterna velocità onnipresente”, per poi infine ripiombare nel mondo dell’umano e accorgersi di non essere in fondo altro che “carne piangente”. È l’era della macchina e della velocità, della violenza come mezzo d’affermazione delle “grandi folle agitate dal lavoro, dal piacere e dalla sommossa”, “le maree multicolori e polifoniche delle rivoluzioni nelle capitali moderne” che Marinetti si propone di cantare, travolgente e incendiario, per liberare il suo paese, l’Italia, dalla “fetida cancrena”, arrivando al punto di definire la guerra “unica igiene dei popoli”. Per il centenario della pubblicazione di quel manifesto che sconvolse il mondo, che risvegliò gli arditi spiriti dal torpore della Belle Epoque (l’epoca nella quale gli uomini si erano nuovamente illusi di poter vivere in un’età dell’oro), Giordano Bruno Guerri, simpaticissimo ed insigne storico, giornalista, ex-direttore de “L’Indipendente”, nonché autore e conduttore di trasmissioni televisive (per questo motivo recentemente premiato all’Acqui Storia) e neo-presidente del Vittoriale degli Italiani, è venuto a presentarci questo ancora ignoto anarchico artista tuttofare, fondatore ignorato, o dimenticato, della “creazione culturale italiana più originale e importante dopo il Rinascimento” (dice il Guerri). Sì perché in effetti, mentre pullulano per la penisola, oltralpe ed oltreoceano, miriadi di celebrazioni di questo grande movimento avanguardista, saldo nei suoi anarcoidi principi, malgrado la veneranda età, come un gagliardo nonnetto, in memoria del genio del fondatore c’è solo una piccola, benché piacevolissima, mostra a Milano. Perché un poeta del suo calibro sia stato messo nell’affollato dimenticatoio nazionale è presto detto: lui, un manesco mattacchione, sciupafemmine ma anche ottimo marito e padre di famiglia, morto senza una lira per avere liquidato il suo patrimonio a favore dei giovani e promettenti bohemien che affollavano la sua vita di “guru” degli “Indomabili”, battutosi per lo “svaticanamento” dell’Italia, volontario nella Prima Guerra Mondiale, nella Guerra d’Abissinia e (a sessantasei anni suonati) in Russia, anti-femminista al punto da pretendere la parificazione della donna all’uomo in tutti gli aspetti della vita sociale (e non solo nel voto che a gran voce chiedevano le sufragette), tanto anarchico da essere quasi “conformista”, nel senso migliore del termine, nel suo esasperato patriottismo “italianista” (tipico degli italiani nati e cresciuti all’estero, come lui, che nacque ad Alessandria d’Egitto) che lo spingerà ad essere fra i fascisti della prima ora a San Babila, per poi andarsene subito dopo l’abbandono dell’anticlericalismo da parte di Mussolini, nonché poi rientrare nuovamente e restarci fino all’ultimo, a Salò, riuscendo a tapparsi il naso più volte, non ultima davanti alle da lui tanto odiate e criticate, com’è noto, leggi razziali del ’38. Il perché costui si trovi nel nostro dimenticatoio è indi facilmente intuibile, benché egli abbia dedicato la vita alla sua patria, fino ad anteporla, è vero, alla libertà (come del resto, talvolta per meno nobili principi, fecero molti altri italiani all’epoca), benché egli abbia regalato al mondo ed all’umanità un patrimonio artistico inestimabilmente rigoglioso ed orgogliosamente italiano, con quella limpida e fanciullesca consapevolezza deamicisiana d’essere italiano, fin da ragazzino, quando, come racconta Guerri, costretto a leggere, nel collegio di gesuiti francesi presso cui fu cresciuto, alcune pagine denigratorie sul Risorgimento, giunto al punto in cui Garibaldi veniva messo alla stregua di un criminale comune, egli, infuriato, buttò il libro nella zuppa. Fortunatamente Giordano Bruno Guerri con un libro scorrevole (com’è nel suo stile di fare storia a tratti montanelliano), da aggiungere alla discreta mole di discussi personaggi da lui già trattata, è riuscito a rispolverare quell’omino, bombetta e baffetti ribelli, quasi buffo, che, con occhi vispi e una sigaretta al lato della bocca, spunta dall’angolo della copertina, dall’angolo della memoria in cui l’abbiamo relegato per troppo tempo e, facendo chissà quali congetture sul nostro presente (troppo in avanti, forse, per essere da noi comprese), enigmatico ci scruta.

Francesco Bonicelli

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