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Ciao a tutti sono Nicolò Basso e faccio le veci di Francesco “Bonimba” Bonicelli; da questo momento troverete i suoi ultimi scritti sul rinato Scripta Manent, just an other word press blog, ma comunque potrete sempre trovare su questo blog un archivio abbastanza aggiornato di tutte le sue opere.  Mi raccomando venite e commentate!

Nicolò Basso (I B)

La Medea di Lars Von Trier

La Medea di Euripide è senz’altro uno dei capolavori del teatro greco, uno dei drammi più impressionanti e forti, veramente tragici; la sua fortuna è immensa, paragonabile solo a quelle dell’Edipo Re di Sofocle, dell’Orestea di Eschilo, dell’Ippolito di Euripide. Medea è una grande eroina, forte e autonoma, veramente tetragona, alla stregua di Clitemnestra, di Elettra, di Ecuba, di Fedra, solo per citare alcuni nomi. E poi, l’incredibile bravura di Euripide, che riesce a creare una madre che ama i propri figli pur uccidendoli, con lo stupefacente esito di trascinare gli spettatori in un rapporto di sumpaqeia nei confronti di Medea, di comprensione se non di piena condivisione, comunque di ostilità nei confronti di Giasone. Medea è esule, straniera o meglio barbara, amante appassionata e fedele ma tradita e abbandonata; e poi è maga, con alle spalle orrendi delitti commessi per amore di Giasone… Proprio per queste molteplici sfaccettature, che si addicono ad ogni grande personaggio, i prosecutori hanno seguito strade e raggiunto esiti diversissimi, enfatizzando ora questo ora l’altro aspetto. Sono nate Medee demoniache, Medee “romantiche”, Medee “agenti patogeni”, perfino Medee innocenti, che non uccidono i figli o che sono comunque legittimate, assolte; sono state date letture antropologiche e politiche, e la fortuna si è perfino spostata dal teatro al cinema, al romanzo, alla musica e alle varie arti. Non è naturalmente mio intento quello di analizzare le riscritture di Medea, che si fregiano di grandi nomi come Seneca, Corneille, Grillparzer, Alvaro, Pasolini, Christa Wolf; Intendo invece occuparmi di una recente tappa del Fortleben, significativa e curiosamente ignorata: la Medea di Lars Von Trier, girata dal regista danese nel suo Paese natale nel 1988. E’ un piccolo capolavoro, fondamentalmente per questo motivo: come sostiene Margherita Rubino, forse più di ogni altro Von Trier ha saputo rendere lo spirito di Medea, la sua condizione di amante ferita, per il letto e per la decisione dell’esilio, e al contempo di barbara, e al contempo di straniera “ e grave ospite addetta” (G. Leopardi, Poesie, Ultimo canto di Saffo, v.24), e al contempo di donna risoluta per cui l’orgoglio e la doxa occupano un ruolo fondamentale nell’esistenza, tanto da divenire causa dell’azione. In nessun’altra riscrittura tutto questo convive così bene.

Lars Von Trier segue, nella prima parte del lungometraggio, un copione mai girato del suo maestro spirituale, Carl Theodor Dreyer, che intendeva ricalcare Euripide ambientando la Medea in Grecia e inserendo il coro. La Medea di Von Trier, dunque, è anche un omaggio al grande scenografo danese. Da segnalare che il film nasce destinato alla televisione, non al cinema, e che le riprese sono state effettuate prima su video, poi trasposte su pellicola e poi ancora su video. Il risultato è quella qualità visiva sempre leggermente annebbiata che colpisce fin dall’inizio.

I primi fotogrammi coincidono con l’enunciazione dell’immagine propria di Medea: cosa, già di per sé, significativa. Medea è distesa sulla sabbia (Terra), l’abito è nero e lungo (lutto?), il viso pallido, la posizione cadaverica. All’improvviso, un vortice della mdp su Medea: proletticamente, ella sarà il centro dell’azione. Ma Medea è anche lambita dal mare (Acqua). Pare sì morta, ma le dita afferrano con energia e rabbia la sabbia: la forza della vita dunque, che sta nelle mani (cfr., ma anteticamente, la scena della preparazione dei veleni). Quindi, la mdp inquadra il mare aperto; poi di nuovo Medea, che come rinvigorita, si leva (e l’acqua del mare assolve funzione “battesimale”); infine nuovamente il mare, su cui è comparsa una nave: quella di Egeo. In Euripide, Egeo riveste un’importanza fondamentale per l’elaborazione del piano di Medea: é lui a confermare ed enfatizzare la centralità dei figli nella vita di un uomo (nucleo su cui Von Trier focalizza soprattutto nell’incontro con Creonte e poi attraverso il personaggio di Giasone) ; è lui a fornire a Medea la via di fuga o, meglio, la certezza del futuro. Lars Von Trier ben comprende la centralità del personaggio e lo fa apparire ben tre volte (vs. Euripide): all’inizio, in mezzo, alla fine.

Conclusa la scena “marittima”, è la Terra ad essere protagonista. I personaggi “terrigni” sono Giasone, Creonte e, sostanzialmente, anche Glauce.  La scena si svolge a palazzo. Ma saloni e fasti non hanno posto nella Corinto di Lars Von Trier. La reggia è in pietra, buia, tetra. Si direbbe di trovarsi nei sotterranei, nelle fondamenta (con anche dell’acqua, che pare costituire un acceso al mare): una sorta di cantiere. Qua è Giasone, qua giunge Creonte con i suoi dignitari. Il re con una bella orazione designa il suo successore; Giasone accetta e dimostra la sua bravura oratoria (cfr. Euripide, vv. 522 sgg.): le parole sono lente e sorvegliate, lo Stato è una nave (cfr. Alceo ecc.), il potere dev’essere di pochi, né di uno né di molti. L’atmosfera, tuttavia, resta opprimente, dominata da intrigo e ragion di stato.

Glauce, quindi: la dolce, secondo l’etimologia. Glauce appare spesso completamente nuda; altre volte, ha una sottile veste bianca: ciò suggerisce purezza. Bellissima l’immagine della fanciulla, nuda, seduta sulla dura pietra della sua piccola stanza, presso una finestra che sa di feritoia e da cui entra la luce: Glauce guarda e desidera la luce, si direbbe che insegue un sogno. E quel sogno è Giasone, la vita futura… Ma poco dopo, Glauce è portata nei sotterranei del palazzo, in un ambiente che stride col gioioso e tradizionale imeneo. Glauce siede accanto a Giasone, in processione, ma non c’è amore nei suoi occhi: solo un dito di caligine, quando Giasone la tocca sporcandole il viso. Il personaggio Glauce si inquadra compiutamente solo poche inquadrature dopo, durante la prima notte di nozze. Traghettati oltre uno stretto braccio di mare, in un ennesimo viaggio rituale ma comunque all’insegna della mancata comunicazione, i due sposi si trovano in una tenda. Il bouleuma di Creonte era stato chiaro: consumare subito il matrimonio. La fanciulla, invece, caparbiamente rifiuta, destinata a restare un’ombra per Giasone nella carne (eloquenti le bellissime scene della tenda). Compare per la prima volta il vento (Aria), che poi sarà protagonista nel finale e non solo: vento di tempesta e sconvolgimento, mai di autentica passione. Invero, Glauce è gelosa di Medea (seppure senza temerla, come lei stessa dice; vs Creonte a questo proposito) e desidera da Giasone un possesso che non sia solo fisico (“Avevi molte parole per gli altri, nessuna per me”). Il sogno della giovane è avere Giasone tutto per sé, come sposo e come re, e l’amore è rifiutato, in ogni sua forma, fino alla cacciata della barbara; fino ad allora, l’eroe argonauta sarà per lei un estraneo, la luce della finestra resterà prigioniera della pietra. Ben si vede qua come Von Trier non riprenda in tutto Euripide, ma ne colga perfettamente lo spirito: nel tragediografo greco, Glauce non riesce a trattenere la passione per Giasone, ma è parimenti disgustata (musacqeisa) dal pensiero di Medea (vv. 1146-1149). Il regista danese è anche abilissimo a legare cinematograficamente le figure di Glauce e Medea, secondo il seguente schema (che presento ora per maggior chiarezza, anche se era un poco antecedente): scena di nozze – casa di Medea – dissolvenza incrociata – scena di nozze – casa di Medea.

Quindi si ritorna su Medea, che in un monologo riprende alla lettera e nella sostanza il primo monologo dell’eroina in Euripide (vv. 214-266), che, dopo la fondamentale legge dell’eunh, si chiude col desiderio di vendetta da parte di Medea e la promessa del silenzio da parte della donna-coro (legge del sigh, Euripide, Medea, v. 66 nella sua prima enucleazione). La vendetta ha inizio colla scena del dialogo Medea-Creonte. Ma occorre precisare che, come in Euripide, anche in Von Trier non si tratta di un piano deciso fin da subito, ma si assiste ad una progressiva concretizzazione che trova la consacrazione solo dopo il secondo incontro con Egeo. Il paesaggio dell’incontro è un tipico acquitrino nordico (peraltro le riprese sono state effettuate in Danimarca, patria del regista), denso di nebbia impenetrabile. Creonte entra ed esce da re, esteriormente; invero, egli si rivela del tutto inferiore a Medea, incapace persino di sfruttare al meglio la sua potestas. Creonte si smarrisce nella nebbia, cade in acqua (che il regista fa apparire, con ripresa dall’alto, quasi come una pozzanghera!), è in trappola di Medea, voce fuori campo che dice: “Mi temi?”. La donna, peraltro, sta raccogliendo qualcosa… Che cosa? Delle bacche nere, certo… E non è vietato ritenere che sia tutta finzione, come se Medea volesse mostrare al re di essere una povera donna, o di non dar peso alla cosa. Ma c’è un’interpretazione a mio avviso migliore e senz’altro suggestiva, avvalorata dal principio dell’economia letteraria (e filmica): Medea, parlando con Creonte, sta raccogliendo  le bacche con cui preparerà la pozione che avvelenerà mortalmente Glauce e lo stesso re. Il che sarebbe un tocco geniale del regista, atto a mostrare l’incredibile controllo di Medea sulla realtà. E, dopo, un eloquente primo piano sulle mani ora datrici di morte, nell’atto di pestare i veleni (le bacche? Comunque qualcosa di molto simile…). Davvero, in Von Trier come in Pasolini, a parlare sono le immagini. Ciò è confermato da importanti sequenze immediatamente successive: innanzitutto, il primo incontro Giasone-Medea, in cui l’eroe dovrebbe esprimere alla moglie la volontà di Glauce (cosa che non avviene, in quanto sottintesa per Medea). La scena si svolge all’aperto, nel cortile della magione della donna; ma subito i due si appressano ad un telaio (simbolo, peraltro, del buon mos della domma greca, cfr. Euripide, Baccanti) e l’inquadratura si stringe a tal punto che, se non vi fossero i fotogrammi precedenti, si direbbe senz’altro che la scena si ambienta in uno spazio chiuso, in una buia e opprimente casa magari. Il telaio è simbolo di incomunicabilità: i due sposi sono separati dai fili, si vedono a stento, e quando Giasone tira a sé Medea lei urta una barriera interna al telaio e si ferisce una mano. Collocare una tale barriera in uno spazio aperto e ridente enfatizza enormemente il nucleo già euripideo dell’incomunicabilità. Dopo la fitta nebbia e il telaio, il fiume, scenario del secondo incontro Egeo-Medea, in cui il re garantisce alla straniera l’ospitalità incondizionata ad Atene. I due sono sulle sponde opposte e non si raggiungono mai; tuttavia, in questo caso, l’incomunicabilità è solo apparente: il fiume, infatti, è in periodo di magra (vedi il tronco arenato sul fondo ma al contempo ben sporgente dall’acqua) e può essere facilmente guadato. Anzi, un servo di Egeo attraversa davvero il fiume, nei due sensi, e l’azione del guadare diventa, da potenza, atto. Di fatto, il servo rappresenta la linea che congiunge il presente di Medea (la terra corinzia) al suo futuro (Egeo): il fiume non è vera barriera, ma piuttosto medium che consente il compiersi certo e sicuro dei propositi di vendetta di Medea: d’ora innanzi, il film narrerà l’attuarsi del progetto, l’energheia. Da notare, infine, la presenza dell’acqua legata a Egeo e Medea, per cui il fiume non è che un piccolo mare. Ma su questo aspetto si ritornerà. A suggello della scena, Medea si erge, statuaria, e sopra di lei, contro il cielo, si stagliano fosche nubi: un triste destino incombe; il piano, deciso nella mente di Medea, inizia a dipanarsi. Tuttavia, proprio poco prima qualcosa di naturalissimo eppure significativo era accaduto; e in un buon film, mai nessun particolare è per caso… Il figlio piccolo cade, si sbuccia un ginocchio, Medea lo accudisce e lo bacia da madre amorevole. Il messaggio, limpidamente euripideo, è che Medea uccide i figli, ma al contempo li ama; le due dimensioni non sono separabili (nell’incontro con Creonte, Medea aveva detto al re: “non c’è dolore più grande dell’amore”; al figlio grande che chiede “Cosa dovrai appendere al ramo?”, la madre risponderà “Qualcosa che amo”). L’infanticidio è dunque parte della vendetta, un male necessario, che non implica però la mancata sofferenza materna.

Medea, con gusto favolistico tipicamente nordico, pone quindi il veleno sui puntali della corona: ancora una volta l’inquadratura stretta evidenzia come la vendetta passi anche per le mani, vero punto di forza della donna insieme all’intelletto (cfr. l’iniziale stretta della sabbia; cfr. la preparazione del farmakon). La dinamica mani-intelletto riflette anche quella qumos-bouleuma, così importante in Euripide.

Von Trier abbandona ora il copione di Dreyer per proseguire autonomamente. In molte riscritture novecentesche (Pasolini, Christa Wolf, ecc.) Medea e Giasone fanno l’amore per l’ultima volta; così forse in Von Trier, ma con elementi di problematicità. In Pasolini, vi sono chiari elementi che alludono all’atto sessuale (letto, nudità seppur visualizzata in modo parziale, gesti passionali): l’atto sessuale non è ripreso, ma è indubbio il suo verificarsi. In Von Trier, tutto appare molto più freddo e surreale. I due sono distesi sulla sabbia, ma gli abbracci sono insolitamente rigidi; Medea indossa una lunga veste nera, che non viene mai sciolta (e così pure il copricapo, che Medea si toglie solo, significativamente, quando sta per salpare con Egeo a vendetta compiuta); manca ogni accenno alla nudità, o alla passione. Insomma, a differenza che in Pasolini, in Von Trier non si può affermare con certezza che i due abbiano fatto l’amore. Ma il punto non è tanto questo: sesso o no, qualcosa di simile all’amore, non foss’altro per le effusioni, è stato consumato. Il nucleo, ancora una volta, sta nell’incomunicabilità, a cui si aggiunge la finzione (si ricordi che ormai il piano è iniziato, Medea finge. Cfr il secondo incontro fra Giasone e Medea in Euripide; e questo è il secondo incontro fra i due in Lars…). Le vesti, che non mettono a contatto i corpi, riproducono il distacco comunicativo, come pure il violento schiaffo dato a Medea da Giasone, fine della parentesi “amorosa”. Ancora, genialmente il regista inquadra la spiaggia, le onde e le persone aggiungendo alla pellicola filtri colorati, per cui l’immagine appare, a tratti e in modo uniforme, di colori brillanti (blu, verde), innaturali innanzitutto per questa uniformità di campo: ennesimo elemento atto a sottolineare la finzione di Medea e della scena tutta. Da cornice all’episodio, il fortissimo ed incessante vento.

E’ poi nella stessa circostanza che Medea porge a Giasone il dono per Glauce: la sua corona nuziale (avvelenata, come sa lo spettatore, che si trova così ad essere onnisciente proprio come il pubblico che assisteva alle rappresentazioni tragiche greche).

Giunto a palazzo, Giasone con i due figli si appresta ad offrire la corona alla novella sposa; tuttavia, un puntale ferisce un cavallo. Anche in Lars Von Trier, dunque, come in Pasolini (anguria tagliata, coltello prima netto poi insanguinato), si adotta il linguaggio cinematografico figurale: con scene disposte a climax crescente, il cavallo prima scalpita nella stalla, poi imbizzarrisce, si libera, corre verso il mare sulla distesa sabbiosa, infine arranca, si piega, muore con la bava alla bocca, segno visibile della morte per avvelenamento. Qua, per spostamento, sta la morte di Glauce. Di lei, si presenta solo la scena in cui la giovane indossa la corona, si ammira, si pettina… e si punge! Brevemente visualizzata è invece la sofferenza di Creonte: Medea passa per i sotterranei del buio palazzo trainando una sorta di carro; a fianco a lei il re, solo e col viso sconvolto, si dimena ad un passo dalla morte. Occorre sottolineare come queste scene (specie quelle del cavallo) non siano presentate di fila, ma intervallate da altre non meno significative, a evidenziare come tutti gli eventi accadano pressoché contemporaneamente; allo stesso tempo, la segmentazione dell’azione dà più rilievo ad ogni frammento della medesima. Fra le scene intermedie alla parabola del cavallo (sovente su Glauce) spiccano per importanza e suggestione le due su Medea: nella prima, la donna cammina sulla spiaggia, simile a landa desolata: un forte vento anima una nebbia bassissima ai piedi di Medea, che sa di fumo; nella seconda, subito seguente, Medea è davanti al focolare e pare emergere dalle fiamme (ai conoscitori di Dante, la mente vola a Farinata…) fino ad esserne oscurata: omaggio di Lars alle tante figurazioni di Medea demoniaca (da Seneca a Corneille fino ai primi dell’Ottocento), segna la prima comparsa dell’elemento Fuoco. Da evidenziare, infine, come nelle ultime scene sia del cavallo che di Glauce compaiono i corvi, animali rapaci immagine di morte.

Intanto, Giasone continua ad essere vigliacco. Mentre si celebrano i funerali di Glauce (pira ardente, dunque Fuoco), egli si nasconde in sorte di buche, comunque nella terra, e non sa come muoversi. Anticipo qua che l’argonauta sarà vile anche nel finale, quando prova a suicidarsi ma getta presto la spada lontano da sé.

Se dunque la notte dell’anti-eroe Giasone è marcata dalla fuga, quella di Medea contempla il duro e faticoso avvicinarsi alla prova suprema, l’assassinio dei figli, marcato visivamente dal cammino che la donna compie dalla città alla campagna, sempre trainando quella sorta di carro di cui sopra su cui sono adagiati i figli dormienti. Medea giunge così ai piedi di una collina, che viene poi visualizzata in tutto il suo “dorato” splendore al sole del mattino. Occorre a tal punto una riflessione sul paesaggio. Esso segue fondamentalmente il progetto di Medea: all’inizio, quando la vendetta è ancora solo un proposito e manca la certezza del futuro, esso è fosco e quasi invisibile (i colori plumbei d’apertura, la nebbia dell’incontro con Creonte); quindi si fa sempre più chiaro e luminoso (secondo incontro Egeo-Medea), fino al trionfo dell’illuminazione diffusa nel finale. In particolare, questa collina (una sorta di Gòlgota dell’innocenza), ricoperta da bionde spighe come di grano, risplende a tal punto da emanare una luce accecante, quasi innaturale. E questo sia prima sia, soprattutto, dopo l’assassinio. Sulla cima di una tale collina al vertice del suo splendore e della sua maturazione sta un albero, con due grandi rami, prominenti in opposte direzioni. L’albero è però completamente secco e privo di foglie, non v’è linfa in esso. A fronte di una simile natura estiva, l’albero è chiaramente simbolo di morte. Proletticamente, esso era già stato inquadrato almeno una volta: dopo l’agonia di Creonte, con suggestiva dissolvenza incrociata notturna. Rispetto ad Euripide e ad altre riscritture, Von Trier inserisce un significativo elemento, certo foriero di pathos: dei due bambini, il più grande non solo comprende con molto anticipo ciò che deve accadere, ma addirittura lo condivide e aiuta la madre ad impiccare il primo figlio. E’ una novità essenziale: se Giasone si configura come anti-eroe, la tragedia di Medea trova nel figlio maggiore una sorta di eroe martiriologico, che comprende la situazione, condivide il sistema di valori materno e lo testimonia (martus = testimone) attraverso il proprio sacrificio ( “martirio” secondo l’accezione cristiana). L’impiccagione stessa è innovazione del regista danese: secondo il copione euripideo-tradizionale, Medea uccide i figli in casa pugnalandoli. Ma una tale morte è in primo luogo più scenografica, poi funzionale al ruolo assunto dal figlio grande. E’ in lui, meglio che in ogni altro personaggio, che convivono innocenza e omicidio. Quanto al figlio minore, egli rappresenta la purezza violata e il naturale terrore di fronte alla morte, improvvisa e decretata da mano materna: ciò che in genere, da Euripide a Pasolini, è rappresentato indifferentemente da entrambi i bambini. La patetica scena si conclude con il figlio maggiore che si mette il cappio al collo e chiede a Medea di aiutarlo a morire, mentre tutti e due tirano con forza verso il basso; Medea, ormai sola, piange. Dopo un lasso di tempo imprecisato, ma non molto lungo, arriva Giasone a cavallo, seguito da due cani. Le inquadrature dall’alto sono funzionali a mostrare la rapidissima corsa di Giasone nella speranza di salvare i figli, oltreché, come si è detto, a far crescere la tensione e ad impressionare con l’ameno e lucentissimo paesaggio. Da precisare che, dall’impiccagione alla chiusa del film e per tutto il delirio di Giasone, soffia sempre un forte e incessante vento. Ai piedi della collina, un’inquadratura oggettiva dall’alto scende sempre più, giunge all’altezza di Giasone e quindi restringe sul volto di Giasone, fino a precedere la sua soggettiva: il grande albero, i due figli appesi, impiccati. Dopo il mesto avvicinamento ai cadaveri, slegati e compianti, inizia l’erranza dell’uomo, uno dei momenti più suggestivi dell’intera pellicola. Alle scene su Giasone si intervallano, in quanto contemporanee, quelle su Medea, che si trova ormai sulla nave di Egeo in attesa dell’alta marea. Due viaggi, dunque, ma del tutto diversi: quello di Medea è lineare e progressivo (Colchide – Corinto – Atene), quello di Giasone è circolare e inconcludente (cfr., peraltro, Apollonio Rodio: l’episodio narrato è differente, ma medesima la caratterizzazione dei personaggi). Giasone corre, corre, corre velocissimo sul suo cavallo, cercando uno sfogo al dolore. Passa per la campagna e per il bosco; quindi, egli ritrova ben presto il “Golgota”. Egli, insomma, ha girato più e più volte intorno alla stessa collina! I cani capiscono e, stanchi, cessano la corsa e si fermano ad osservare il padrone. Poco dopo, anche il cavallo fa lo stesso e Giasone smonta. Gli spazi e le inquadrature (perpendicolari al prato!) si fanno vieppiù ristretti, fino a perdere ogni orientamento. Cammina, gattona, crolla e striscia sul prato mosso da un vento costantemente incessante; i ciuffi d’erba, piegati e ondulati, ricordano le onde del mare. Intanto arriva l’alta marea, la stessa che ad inizio film aveva ridato energia a Medea, e la donna si toglie il copricapo nero, spandendo al vento una chioma lunga e castana: per la prima volta, Medea è femminile. Giasone, nella sua disperazione, si ritrova nella stessa posizione dell’ex sposa ad inizio film, relitto su quell’erba incolore più che verde, che sa di alga, di mare… La dissolvenza incrociata fa passare una nave su quelle “onde”, una nave che se ne va veloce, quella di Medea. Il titolo, figurato nella M che riproduce l’albero con i due corpi appesi, suggella il tutto (vedi il titolo di questo commento).

Si è più volte accennato agli elementi primigeni, chiamati arcai dai filosofi pre-socratici. Può essere una suggestione, ma è comunque possibile inquadrarli secondo significazioni logiche. Essi sono, nell’ordine di comparsa: Acqua, Terra, Aria, Fuoco. L’Acqua è cambiamento, pianificato e atteso (cfr. le scene Egeo-Medea), ma bisogna saperci stare (cfr. Creonte nella palude). La Terra è fissità, una distesa vuota e inconcludente, e chi sta nella terra (Creonte e Glauce nel palazzo, Giasone nei nascondigli e nel suo errare) è destinato alla rovina. L’Aria è condizione assoluta, sine qua non, che riguarda tutti (anche se in modi differenti) e pervade il film: col suo impeto, rappresenta la violenza dell’imminente, l’assenza di stabilità / certezze, il soffio (yuch) della disperazione. Il Fuoco, infernale, figura il ferale qumos di Medea ed è simbolo di lutto nei funerali di Glauce.

Come si è detto, la Medea di Lars Von Trier è un film che è stato poco commentato in Italia e curiosamente ignorato, senz’altro sconosciuto al grande pubblico; esso, invece, rappresenta una lettura innovativa del testo euripideo, ma al contempo fedele nello, e come tale meriterebbe un’attenzione maggiore di quella sinora ricevuta. Motivo per cui esorto a vedere la pellicola e a proseguire nel lavoro di commento, alla ricerca di nuovi e originali spunti.

Diego Chiesi

Eppure

Relazione Viaggio in Grecia

30/03

Partenza da Acqui alle cinque. All’una siamo ad Ancona, che merita una rapida visita nell’attesa del traghetto, dato che il centro storico non è molto grande e si visita velocemente. Ci sono notevoli influenze del tardo-gotico veneziano, qualcosa di romanico, i resti di un anfiteatro romano e del foro, il Duomo sorge sulla cima, sui resti appunto dell’acropoli fondata dai siracusani e su un tempio dedicato ad Afrodite, (peccato non aver potuto vedere all’interno una Crocifissione del Tiziano). Dunque io e Braini, portandoci appresso Teletabbis, il Muto di Campo Ligure, Tacci Taccella e un volenteroso quartino, partiamo alla scoperta di Ancona lasciandoci alle spalle il resto della scuola, già intento a gozzovigliare, nonché Piola&Bisio, che riusciamo a seminare grazie ad un’accurata fuga architettata da un cinico Tabbò attraverso i meandri quasi labirintici che portano al centro storico. Pranzo frugale alla mensa di Sinope, partenza nel primo pomeriggio su un prestigioso traghetto della Minoan. Iniziano già in nave i bagordi e le spese dissennate; alla sera un immancabile appuntamento con la solita discoteca zuzzurellona da nave. Braini dorme stoicamente in terra nella già stretta cabina di Bonimba, Rizzo, Tabbò e Tacchella, alle tre sto ancora leggendo “Il Colosso di Marussi” di Henry Miller, Tabbò vaga sul ponte della nave respirando scarico a pieni polmoni e tentando di spiccare il volo, Rizzo ha nausea, Tacchella russa, Braini mi tira una scarpa perché ho ancora la luce accesa, mi addormento anch’io.

31/03

Passiamo davanti ad Itaca, ma Braini sostiene sia Leucade, io cerco di contraddirlo ma lui ha la meglio, e l’isola di Ulisse passa così inosservata. Nel primo pomeriggio giungiamo a Patrasso, città degradata, squallida, completamente ricostruita dopo l’ultimo terremoto, ma anche città universitaria dalla brulicante vita notturna, pare. Olimpia, tutti dicono sia bellissima, oltre che amata dimora di Senofonte. La guida, molto simpatica e folcloristica, che ci seguirà per tutta la nostra permanenza nell’Ellade, ci parla un po’ degli usi greci, di alcune particolarità e stranezze, poi ci parla del sito di Olimpia, ci racconta a proposito un interessante mito. Tutti noi sappiamo che le donne non potevano partecipare neppure come spettatrici alle olimpiadi, pena, probabilmente leggendaria, essere scaraventate giù da una rupe. Eppure, a quanto dice la guida, una donna greca, il cui padre era stato campione olimpico più volte, così come il marito e il fratello, una volta vedova, dovette lei stessa allenare i figli per prepararli all’Olimpiade, così travestita da uomo entrò allo stadio accompagnando i figli, per assistere all’agone in qualità di allenatore. In un momento di massimo giubilo per la vittoria del figlio le cadde il travestimento e tutti si accorsero che ella era una donna. La legge l’avrebbe condannata a morte, ma lei, da tenace donna ellenica, riuscì a dimostrare che il sangue olimpico scorreva nelle sue vene, era infatti stata generata da un campione, suo fratello lo era e pure suo marito, indi era molto più degna di altri di assistere alla gara dei suoi figli. La risparmiarono dunque, ma da allora, secondo la leggenda, venne introdotto l’obbligo di andare nudi affinché venisse distinto il sesso. Purtroppo, tornando a noi, il sito era chiuso, e abbiamo potuto vedere il mitico stadio solo da lontano, senza poterci aggirare fra le rovine. Una vera truffa! Così ripartiamo, alla volta di Tolo, nell’Argolide, località già citata da Omero, dove pernotteremo. Arrivando a Tolo, verso le dieci di sera, abbiamo modo di attraversare tutto il Peloponneso e passare da Nauplia, importante città greca sulla quale veglia ancora dall’alto un’imponente e famosa, oltre che ben conservata, fortezza veneziana, Palamidi, un fondamentale avamposto contro i turchi. Ciò che colpisce di certe zone, specie in questa stagione credo, è la rigogliosità della vegetazione, oltre il tipico ulivo che invade ovunque il territorio, (considerando anche recenti atti vandalici piromani che hanno fortemente danneggiato i boschi del Peloponneso). Secondo Miller i turchi avevano tagliato la stragrande maggioranza dei boschi in Grecia, durante il loro dominio, per rendere anche quella colonia simile ai loro deserti; i Greci, una volta liberi, fecero di tutto per portare avanti una politica di “ri-imboschimento” del territorio. Bonimba e il suo piccolo manipolo, ubriachi di Metaxa, si aggira a mezzanotte per le spiagge di Tolo alla ricerca delle sirene. In realtà c’era solo qualche cane randagio, ma l’atmosfera era molto bella: silenzio, oscurità, il cielo limpido di stelle, la luna e diversi isolotti con chiesine illuminate in lontananza.

01/04

Mi sveglio all’alba per andare a fare il bagno in quel bellissimo mare, purtroppo nessun’altro mi segue, torno, mi lavo, mi vesto, facciamo colazione tutti insieme. Tutti iniziano a vomitare ma il prode Bonimba, fermamente a capo dello sparuto manipolo, russa beatamente sognando di iniziare le Elleniche, che si è portato dietro. Arrivo ad Epidauro, breve giro nel più antico, famoso, meraviglioso, sacro, immenso, immortale, leggendario teatro del mondo: il teatro di Epidauro. È brutto tempo e ciò aiuta a immergersi nell’atmosfera di misteriosità del sito benché gli altri si lamentino. Tabbò filma continuamente con la sua maledetta cinepresa. Intorno la lussureggiante vegetazione nella quale il teatro pare come delicatamente posato, armonico con tutto ciò che lo circonda. Miller dice di aver sentito per un attimo il battito del cuore del Mondo ad Epidauro, rifletto su questa cosa, ma il raccoglimento dura pochissimo perché il silenzio e l’estasi di quel luogo è continuamente violentemente squarciata e deturpata da gruppi di turisti giapponesi vomitati lì dalla globalizzazione, maree di italiani cafoncelli che sbuffando subiscono quella sublime visione senza rendersene troppo conto. Braini ed io decidiamo di lapidare un gruppo di str…. che ha deliberatamente deciso di sputare fuori gli ultimi neuroni disturbando anche mentre la guida recita in mezzo al miracoloso teatro pezzi di Sofocle in greco, a memoria. Come si può immaginare anche la guida è incazzata. Tabbò continua a filmare. Decidiamo di lasciare i nauseabondi del pullman nel corridoio dei serpenti del Tempio di Asclepio e partiamo alla volta di Micene.

Stranamente non spunta fuori Piero Angela come al solito dietro la Porta dei Leoni. La possanza di quelle antiche mura arroccate su pericolosi e profondi precipizi, avvolte in un alone di mito che grazie a Schlieman è diventato storia, ci colpisce con l’immagine potente di un mondo antico, più rude ma più umano, più leggendario ma più vero, più violento e forse inquietante ma più vicino al sacro mondo degli dei. Il paesaggio circostante è mozzafiato, purtroppo però abbiamo poco tempo per camminare fra le rovine e non riusciamo a raggiungere la famosa cisterna segreta. Ci rechiamo alla Tomba di Atreo, incredibilmente simile alle tombe etrusche. Ciò che è interessante, fra l’altro, è il fatto, come ci spiega la guida, che tutte quelle tombe vennero trovate dagli archeologi grazie alla memoria degli antichi tramandata per tradizione orale fino ai giorni nostri ai pastori di quelle zone. Mangiamo moussakà e souvlaki per pranzo, innaffiate da un buona bottiglia di vin rosso ruspante degno di Sparta.

Tutti accaldati sostiamo su una strada squallida e assolata fuori Corinto, vicino al canale. Assaltiamo un negozietto per comprare dolci tradizionali, miele, olio, acqua, fez, libri, etc.. uscendo una vecchietta tutta vestita di nero (che sotto la veste nascondeva ancora un coltellaccio da affondare nelle viscere di qualche turco) mi propina alcuni portafortuna da lei fatti artgianalmente, un po’ per superstizione un po’ per rispetto alla sua mitica “divisa” le lascio un euro, prendo e me ne vado.

Nella sera arriviamo ad Atene in un hotel superlusso circondato dal mostruoso degrado edilizio della capitale. Ciò che colpisce è il caos, il disordine di certe zone, la bruttezza di certe costruzioni, la putrescenza di certi quartieri degradati in mano ai clandestini e all’illegalità, certe zone che paiono da terzo mondo e non da Unione Europea, tuttavia, con le dovute puntualizzazioni, mi ritengo piuttosto d’accordo con Miller: “non c’è vecchio o nuovo, c’è solo la Grecia, un mondo concepito e creato per l’eternità”. Dove c’era Eleusi, ora c’è un quartiere industriale attraversato da una trafficata strada urbana, lo stretto ove si consumò una delle più epiche battaglie della storia umana: Salamina, ora è solcato da navi-container che si dirigono al Pireo, uno dei principali porti del Mediterraneo, e probabilmente Temistocle e Pericle ne sono fieri, poiché certo furono lungimiranti a costruire lì il porto spostandolo da Faliro. Il quartiere di Alopece, ove nacquero Aristide e Socrate è nelle stesse condizioni, magari sulla casa di Socrate c’è ora un distributore di benzina, il bosco sacro dove Apollo s’innamorò perdutamente della ninfa cacciatrice Dafne, poi trasformatasi in alloro per sfuggire alle brame del dio, secondo Ovidio (cfr “alter amat, fugit altera”, Metamorfosi), è ora un parco dove vanno a giocare i bambini, passeggiano i nonni per cercare di respirare ancora un po’ di aria che non sia solo smog. E là, là in cima, svetta l’Acropoli, luminoso faro dell’Aurea Atene Classica, baluardo della Democrazia, simbolo dell’acme pericleo che ancora domina e veglia sulla Grecia Moderna e che ancora fra le sue luminose colonne unisce tutta la grecità, il forte sentimento collagene che mette insieme tutti i greci (malgrado tutto dai tempi di Serse). Tappa irrinunciabile il suggestivo cambio della guardia davanti alla tomba del milite ignoto (che la Moretti sostiene, non si sa come, sia un caduto delle Termopili) presso il Palazzo della Repubblica, anche per la folcloristica e bizzarra divisa delle guardie, il cui gonnellino ha quattrocento pieghe, pare, tante come gli anni di dominazione turca, blu d’inverno, bianco d’estate. Lassù sventolano le sillabe del motto indipendentista di Kapodistrias “eleuqerìa h qanatos”, tante quante le strisce biancazzurre della bandiera nazionale. Licia Piana, insiste per fare tappa all’Hard Rock, io e Tabbis siamo in missione per conto della Piana: intrufolarci nella mischia e raccattare una maglietta per suo figlio! Bah?!

02/04

Alle sette e mezza siamo già in pullman (una vera violenza perpetrata probabilmente dalla Moretti) costretti a raggiungere l’Acropoli seduti, come una gita di handicappati. Facciamo tappa al mitico stadio olimpico del 1896, nel centro, dopodichè proseguiamo inerpicandoci nel traffico metropolitano e sfiorando la Biblioteca Nazionale, l’Accademia e alcune altre belle costruzioni fedelmente neo-classiche in via Venizelos, arriviamo a destinazione alle nove passate, avremmo fatto prima a piedi probabilmente! Saliamo verso il Partenone fra turisti americani che minacciano di fare reclamo al municipio per ottenere un ascensore all’Acropoli, fantomatici turisti giapponesi che fotografano dei mercanti di idiozie indo-pakistani che hanno invaso anche le pendici di quel luogo sacro, come i mercanti di colombe a Gerusalemme. Salendo, oltre alla sterminata distesa di cemento ai nostri piedi, intravediamo il Tempio ad Efesto, la roccia dell’Areopago, poi attraversiamo il colonnato esterno e arriviamo al cospetto del Partenone, un qualcosa di stupefacente, che ci pervade di luce, ci spinge al Superiore. Tuttavia ci ricordiamo della promessa fatta a Livorsi e come un gruppo di imbecilli recitiamo: “Arte Greca: Funzionale, Razionale, Organica” davanti alla telecamera, con il Partenone alle spalle. Promessa mantenuta. Riscendiamo e visitiamo il Museo Nazionale dopo aver attraversato la folla di scioperanti. Cosa più interessante a mio avviso, la maschera di Agamennone, al cui cospetto, io e Giulio, nemici giurati di quel piagnone di Achille, ci inginocchiamo devoti. Usciamo e arriviamo a Plaka, finalmente abbiamo tre ore in santa pace per camminare per Atene e goderci la città. La maggior parte del pachidermico gruppo liceale si ferma a mangiare nel solito ristorante per turisti un po’ finto nella via centrale. Braini ed io, che la notte prima, fino all’una e mezza, abbiamo studiato a tavolino sulla guida la città, guidiamo il nostro manipolo fino ad un remoto ristorante rimasto intatto dagli anni ’20, Platanos, ove si mangia all’ombra di un enorme platano secolare, in una zona tranquilla di Plaka, frequentato solo da greci, rigorosamente, spudoratamente tradizionale e incontaminato, addirittura il simpatico e sorridente vecchietto che ci serve, e al quale lasceremo un’abbondante mancia, si ostina a parlare solo in greco, arrischiando di tanto in tanto una frasina mista fra uno stentato inglese, un po’ di spagnolo (?) e qualche rimasuglio coloniale italo-tedesco. Insomma alla fine ci capiamo, in fondo apparteniamo entrambi alla grande civiltà mediterranea, un mondo aristocratico e glorioso ormai decaduto, semi-scomparso e snobbato dal resto del pianeta. Ci serve moussakà e agnello al forno con patate al limone (una specialità del locale), il tutto abbondantemente accompagnato da sano vin rosso, questa volta offerto da Braini. Io fumo tutto soddisfatto una sigaretta greca. Visitiamo nel pomeriggio la Cattedrale Ortodossa e Plaka, in un negozietto di artigianato della ceramica mi compro un busto di Socrate. Arriviamo in un quartiere decisamente folcloristico nei pressi del mattatoio centrale, un quartiere stupendo pieno di uomini dai caratteri attici seduti a fumare e sorseggiare caffé nei kafeneia, i bar per soli uomini. Ci addentriamo in una galleria dove ci squadrano subito come turisti, lì si sono esibiti i più grandi suonatori di sirthaki e di bozouki. Braini riesce ad andare, eludendo la sorveglianza, alla megalibreria di sette piani di fronte al Palazzo della Repubblica, noi ci ricongiungiamo alla Rosso che ci riporta all’ovile. Alla sera propongo di visitare Keramikos, ma i voti favorevoli sono sei contro centottanta, comunque più del previsto, e gli autisti ci indicano, con gran interesse della Moretti e della Parodi alcuni bar al quartiere Psirrì, un quartiere artificiale pieno di bar uguali in tutto il mondo. Sorseggiando una guinness contemplo con Rizzo e Tabbò l’Acropoli illuminata. Tornato in albergo finisco le Elleniche e poi vado da Braini e ci riguardiamo in camera sua il Grande Lebowski sull’i-pod, approfittando delle casse che, fra gli altri comforts, fornivano le stanze dell’albergo.

03/04

Partiamo alle sei e mezza, ennesima levataccia, alla volta di Delfi, dove si incontrarono le due aquile di Zeus. Con gran disgusto di Tabbis, per mantenermi sveglio, sgranocchio semi di girasole comprati in autogrill. Lo stupefacente paesaggio del Parnaso ai cui piedi si apre una stupenda vallata fino al mare ci ipnotizza al primo sguardo. L’aria è decisamente di montagna e l’ascesa al tempio è una piacevole passeggiata da trekking. Braini, Tabbò ed io ci facciamo accuratamente spiegare dalla guida come compiere un sacrificio, decisi a coltivare il culto degli dei olimpici come nuovo hobby domenicale. Ancora ben visibili i passaggi segreti dove la Pizia entrava e usciva. Visitiamo il museo, notevole soprattutto per la presenza della famosa statua del filosofo, che piace immaginare sia Socrate, la statua di Alessandro, quella di Antinoo, il giovane amante dell’imperatore Adriano, suicidatosi per supremo atto d’amore al fine di donare gli anni che gli sarebbero rimasti all’amante, come nell’uso greco. L’Auriga, l’uomo ellenico, consapevole del proprio logos, e dello spazio che occupa nel mondo, artefice del proprio destino che regge le redini del proprio futuro, ci guarda dall’alto con i suoi penetranti occhi marmorei come per ammonirci. Proviamo a toccare la pietra dell’ombelico del mondo per sentire che messaggi ha Gea da riferirci, rimaniamo delusi. Dopo un lesto pranzo ripartiamo alla volta di Patrasso, attraversando un modernissimo ponte sul mare che unisce Patrasso alla zona di Delfi. Siamo di nuovo imbarcati, il tempo passato in Grecia, proprio perché eterno, è volato. Tabbò entusiasta si diverte a filmare i clandestini curdi e bulgari che cercano di buttarsi sotto i camion per imbarcarsi e giungere in Italia, uno spettacolo allucinante che, come commenta giustamente Braini, da europarlamentare del Partito Laburista, “ci mette davanti cosa sia l’Europa del terzo millennio, le sorprese che ci riserverà”. Boh, nel dubbio io inizio a leggere i Dialoghi dei Morti di Luciano, decisamente uno dei miei preferiti. Gira voce che un curdo ce l’abbia fatta, ho pregato Dio ed Ermes, protettore dei viaggiatori, che ce l’abbia fatta. Io e Braini abbiamo scommesso con Tabbis che ce l’avrebbe fatta!

Francesco Bonicelli

Lettera di Raimondo Luraghi

Torino, 23/2

Caro Bonicelli e cari ragazzi,

eccovi un breve commento (che spero tuttavia esauriente) al testo da voi inviato.

Foibe. Il tentativo di far passare per fascisti i Martiri delle foibe è vecchio e logoro. La cosa curiosa e (solo apparentemente) paradossale è che tale “versione” trova i propri adepti non solo tra gli estremisti di sinistra; ma anche tra i neofascisti più spinti. I primi lo usano nel tentativo (ormai vano) di scagionare i “compagni” titini; i secondi per “annettersi” tutti i Martiri. Ovviamente qualche fascista c’era, tra le vittime delle foibe; ma è mia impressione che gli eccidi commessi dai titini (prevalentemente di etnia croata e slovena) fossero scientemente mirati a colpire proprio gli antifascisti italiani  (numerosi dei quali finirono nelle foibe) allo scopo, abbastanza infame, di spacciare tutti gli italiani per fascisti il che avrebbe dovuto facilitare l’incameramento da parte jugoslava di quelle terre.

Crimini commessi dagli italiani in Jugoslavia. Purtroppo è vero che la nostra occupazione in Jugoslavia (aggredita da noi dietro impulso tedesco) ha scritto pagine di cui vergognarci specialmente ad opera delle milizie fasciste, anche se i nostri non giunsero mai al livello delle atrocità compiute dai nazisti (e dai loro alleati, gli Ustascia croati di Pavelic, che purtroppo alla fine del conflitto sfuggì al meritato castigo, sembra con l’aiuto di organizzazioni ecclesiastiche). Anzi, sovente noi proteggemmo i perseguitati, come gli ebrei cui davano la caccia i tedeschi o i cetnici serbi cui davano la caccia, in concordia discors, gli ustascia croati ed i titini. Ma certo , specialmente da alcuni (non da tutti) i capi militari fu usata una crudele durezza, come da quel generale Robotti che inviava circolari in cui si deprecava (letteralmente!) che “si ammazzasse troppo poco”! Ciò detto, non si possono assolutamente considerare le foibe come una legittima rappresaglia; in primo luogo per la semplice verità che “due torti non fanno una ragione”; poi perché, come detto sopra, le vittime delle foibe furono solo occasionalmente fascisti: ma l’obiettivo principale era dato dagli italiani in quanto tali ed in primo luogo dagli antifascisti italiani. È sintomatico che persino dirigenti comunisti come ad esempio Vittorio Vidali (il leggendario “Comandante Carlos” della guerra civile spagnola) e semplici iscritti al PC locale (ne ho conosciuti personalmente) dovettero mettersi in salvo per sottrarsi ai plotoni di esecuzione titini.

Italiani nei territori balcanici. Non sembra esatto dire che gli Asburgo aizzassero le locali popolazioni slave contro gli italiani; per lo meno prima dell’entrata dell’Italia in guerra nel 1915. In realtà nella Duplice Monarchia gli italiani erano una delle quattro etnie dominanti, gli altri essendo gli austriaci, gli ungheresi ed i polacchi. Ben 90.000 italiani combatterono nella Grande guerra nelle file dell’Esercito imperiale austriaco, alcuni salendo ad alti gradi, fino a quello di generale; l’ufficiale austriaco che firmò con noi l’armistizio di Villa Giusti nel novembre 1918 era il capitano Ruggera, chiaramente di stirpe italiana; il creatore di quella Marina imperiale che si oppose efficacemente a noi durante i quattro anni della Grande guerra fu l’Ammiraglio Montecuccoli, discendente dal grande condottiero.

Armadio della vergogna. È una triste pagina del dopoguerra italiano (una delle tante, ahimé!) Come forse sapete, ad un certo momento fu trovato (nei locali, se non erro, del Tribunale militare di Roma) un armadio, che per maggior “sicurezza” era stato rivoltato contro il muro, zeppo di documenti, accuratamente nascosti, che testimoniavano le atrocità commesse dai nazisti durante la loro occupazione dell’Italia. Naturalmente l’estrema sinistra strillò (e strilla) che non si erano voluti processare i criminali tedeschi perché ora la Germania era nostra alleata nella NATO. Nulla di più falso: proprio in quel periodo la Germania stava processando i propri militari responsabili di crimini di guerra e infliggendo loro anni di galera. La verità è che se l’Italia avesse chiesto la consegna dei criminali tedeschi, come avrebbe potuto rifiutare a sua volta di consegnare i criminali italiani richiesti da Francia, Grecia, ecc.?

Pacificazione. La Guerra di Liberazione fu, purtroppo (ma inevitabilmente) anche una guerra civile; ed ora, passato oltre mezzo secolo sembra giusto seppellire gli odi. Io personalmente (che, come ufficiale del Regio Esercito ho combattuto l’intera guerra nelle file partigiane) ho persino un paio di amici che invece militarono “dall’altra parte”. Ma si tratta di persone, come il defunto scrittore Carlo Mazzantini, che si schierarono per Salò in perfetta buona fede e che dopo la guerra onestamente riconobbero di aver scelto la parte sbagliata. Metter da parte gli odi ed esser pronti a darsi la mano è più che giusto; ma non è assolutamente possibile (e nemmeno giusto) cercar di mettere  moralmente sullo stesso piano chi combatté e diede la vita per la causa della libertà e chi si schierò agli ordini della mostruosa tirannia nazista, cioè per la distruzione della libertà. Per questa via la pacificazione non ci sarà mai o sarà quanto mai difficile. Il compianto senatore Vittorio Foa, incontrando il senatore neofascista Pisanò (con il quale, per altro, era in ottimi rapporti) un giorno gli disse: “Se aveste vinto voi io sarei in galera o già fucilato; abbiamo vinto noi e tu sei senatore della Repubblica”. Era una semplice, onesta constatazione. Non bisogna dimenticare che l’Italia fu il paese ove la giustizia colpì meno che altrove (meno che in Germania, la quale fu severissima) i propri criminali di guerra. La pesantissima responsabilità di questo grava sull’onorevole Togliatti, che da Ministro Guardasigilli promulgò la famosa amnistia ai fascisti; allo scopo di accaparrare costoro per il Partito comunista.

Se volete conoscere meglio la sostanza di quei tempi, mi permetto di suggerirvi il mio libro Eravamo Partigiani – Ricordi del Tempo di Guerra, edito da Rizzoli BUR e di facile reperibilità. Quando qualcuno di voi l’avrà letto, gradirei conoscere le vostre reazioni; io vi stimo molto; siete dei giovani intelligenti e onesti e queste sono doti rare e preziose.

Con i miei più affettuosi saluti,

Raimondo Luraghi

Capitolo I

Syd camminava nervosamente per la sala di comando aspirando profonde boccate di sigaro; in quel momento il comando della nave era stato preso da Jin. Improvvisamente Barrett irruppe nella stanza ansimante e ancora vestito della la pesante armatura e il martello in spalla. “Barrett, calmati!” esclamò Syd. “Va pure a cambiarti e poi vieni a fare rapporto”. “La missione è andata bene, lo sai, il problema sono quelli…” gli rispose col fiatone indicando un punto alle sue spalle dove i due incrociatori spaziavano ancora il cielo alla ricerca del vascello improvvisamente scomparso. “Ah già” disse Syd distogliendo lo sguardo “Ma non sono un grande problema. Fra poco li avremo seminati” “D’accordo, ma il fatto è… chi li ha avvertiti?” insinuò soppesando le parole. “Sospetti forse che ci sia un traditore tra noi?” “Non voglio affermare questo, solamente che qualcosa dev’esser andato storto”. Dopo aver detto questo fece come gli era stato ordinato e andò a cambiarsi, poco dopo tornò nella Sala di Comando con al seguito tutti gli altri membri del commando che avevano fatto lo stesso; ora indossavano delle divise blu con i gradi sulle spalline; gli unici a non indossarla erano il comandante e il costrutto di roccia. La prima cosa che fece Barrett entrando nella stanza fu guardare nuovamente dietro di sé, attraverso le vetrata di poppa e notò che effettivamente gli Incrociatori erano stati seminati “Visto?” lo schernì Syd “Sì, ma sul fatto che li avremmo seminati non avevo dubbi, ma…” “Basta così, parleremo di ciò in altra sede… forse”. Il Comandante, aspirando un’altra boccata di sigaro, si accomodò in modo da vedere tutti e quattro gli ufficiali che avevano partecipato alla missione. Davanti a lui, oltre a Barrett, vi erano infatti i Tenenti Maug, Armando Esteban Rodriguez, Vivian Lee Ohara e l’Assassina Layaleya, la quale invece non era graduata. Rispettivamente erano un golem di roccia dalle dimensioni colossali, un uomo di colore proveniente dall’Isola Loca, un’avvenente ragazza vestita da cow-girl ed una donna in un’aderente calzamaglia nera il cui volto era celato da una maschera. Dopo che Barrett e i suoi ufficiali ebbero completato il rapporto, notarono attraverso la vetrata rivolta verso prua che stavano giungendo alla base.

Essa era stata ricavata da una piccola terra sospesa sul Mare dei Grandi Venti; per questo Jin, che ancora era al comando dell’Albatros, spense i motori e spiegò le vele con un meccanismo automatico: in quella zona infatti le correnti ascensionali permettevano alle navi volanti di fluttuare senza l’ausilio dei motori e alla terra sospesa di muoversi a piacimento con delle strane vele fissate alla bene meglio ai pochi edifici che sorgevano tra le aspre rocce ricoperte di vegetazione. Era proprio grazie a questo che il loro covo non era mai stato scoperto. Appena ebbero terminato il rapporto sulla missione, Jin parlò attraverso il microfono facendo riecheggiare la sua voce in tutta la nave “Atterraggio tra: 3, 2, 1…” il vascello entrò nell’hangar, che non era altro che una larga caverna sul lato ovest della terra sospesa, poi tremò quando venne ancorato con delle corde alle pareti dell’hangar.

Syd, Jin e il commando scesero con molta nonchalance dall’Albatros, lasciando ai marinai le varie incombenze del caso. Si diressero a passo deciso fuori dalla grotta, risalendo in superficie per una scala a chiocciola intagliata nella pietra, tra le ovazioni degli altri abitanti della terra sospesa per la missione che avevano appena completato in maniera esemplare; non si fermarono tuttavia a parlare con i passanti, ma si avviarono verso quello che era il più grande degli edifici, era là infatti che risiedeva Veneanar, il capo dei Ribelli.

Syd si congedò così dai suoi ufficiali:”Il mio compito alla fin fine è solo quello di scorrazzarvi in giro per il mondo e a tirare fuori gli attributi siete, inoltre Barrett ha alcuni punti da chiarire con il nostro capo e io non voglio di certo interferire, vabbè vado al Pub, ci si vede più tardi!” ed essi, sull’attenti, annuirono. “Scusate, ma, come ha detto Syd, dovrei entrare per primo” disse allora Barrett e abbassando la voce continuò “da solo” un “Signor sì signore” corale fu la risposta dei quattro subordinati. L’ufficiale aprì la cigolante porta di legno marcio e la richiuse con altrettanto stridio poi, ridendo esclamò:”Dovreste oliare un po’ i cardini!” “Ahahahahah” una fragorosa risata provenne da un punto che, se non fosse stato per la luce del camino della pipa, sarebbe stato indistinto nel più totale buio che regnava nella stanza; tutte le imposte erano infatti chiuse e da esse non entrava neanche il minimo spiraglio di luce “E’ una causa persa, ne ho versato d’olio su quella ferraglia invano; dovrei farne fare un’altra, ma ma para che abbiamo cose più importanti a cui pensare, nevvero? E quante volte ti ho già detto di darmi del tu, o quanto meno del lei, sai meglio di me che qua, nonostante siamo tutti graduati, non c’è alcuna differenza tra la recluta più giovane e me!” disse allora Veneanar, interrompendosi di tanto in tanto per aspirare profonde boccate di pipa “Lo so lo so, reminescenze dell’esercito!” rispose allora, ancora ridendo, Barrett “Ma orsù basta scherzare, saprai per certo che sono qua per fare un discorso abbastanza serio con vo… te” continuò l’uomo assumendo però ora un tono grave “penso che ti sarà giunta notizia dei due incrociatori di Amastra che ci hanno inseguito fino a pochi minuti fa, ringraziamo gli dei che ci hanno concesso le tecnologie che abbiamo installato sull’Albatros!” “Sì sì, me l’hanno accennato, ma nulla di che preoccuparsi, li avete seminati e non hanno avvistato la nostra base e, anche se l’avessero fatto, tra pochi minuti saremmo già da tutt’altra parte di dove ci troviamo ora” “Ho già un po’ affrontato questo discorso con Syd e mi ha risposto più o meno come te” gli riusciva difficile assumere un tono confidenziale con il capo supremo della Rivolta, specialmente in un discorso così importante, almeno dal suo punto di vista “è una questione di principio, perché erano lì dannazione, di sicuro non per un pic-nic né tanto meno di pattuglia, sai benissimo che, le rare volte che capita, sono gli incrociatori del Second Head Quartier a sorvegliare quella zona e sono sempre questi ultimi a pervenire in caso d’allarme. Inoltre proprio di Amastra, non una città o un Head Quartier a caso, ma la Capitale, dove Gunther dopo secoli ha nuovamente centralizzato tutto il potere!” “Sì sì, comprendo il tuo discorso, ma, già siamo pochi e deboli, non abbiamo forza militare sufficiente a detronizzare lui: se iniziamo a non riporre fiducia nei nostri compagni saremo spacciati e così tutto il resto della nostra nazione! Perché so cosa intendi dire… pensi che qualcuno ci abbia tradito nevvero?” “Beh…” lo interruppe “Lasciami finire il discorso Barrett” ribatté Venear sempre rimanendo nella più assoluta oscurità “se davvero qualcuno ci avesse tradito, non avreste avuto due incrociatori ad inseguirvi, ma tutta la flotta Imperiale!” “Sì, anche questo è vero…” “Bene, ma dato che non ti ritengo uno stupido, ma anzi, uno dei miei migliori adepti, voglio andare in fondo alla questione e dalla prossima missione ti affiancherò una persona di cui mi fido ciecamente, ti farò sapere più avanti, ora però ti prego fai entrare gli altri per fare rapporto e concludere le formalità cosi che possiate tutti andare a divertirvi al Pub!” concluse il Comandante Supremo. Così fu fatto, gli altri giunsero nella stanza, fecero brevemente rapporto e infine, con Barrett uscirono e si avviarono verso il Pub; era infatti ora di pranzo e avevano tutti una certa fame.

Nicolò Basso